venerdì, 27 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa

Visco denuncia uno scandalo contro il premier.
Ma «il Giornale» scopre che tra i controllati c’è anche Berlusconi

Sono 128 le persone indagate per essere entrate nell'anagrafe tributaria e aver controllato redditi e proprietà dei Vip. Prodi, che con la moglie è fra gli spiati, attraverso il suo portavoce grida al complotto. Ma il Giornale scopre che fra i sorvegliati ci sono anche Berlusconi, D'Alema, calciatori e soubrette.

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venerdì, 27 ottobre 2006 ¦ Permalink
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Persa la battaglia della Finanziaria, come spera di vincere quella delle riforme?

Piero Fassino non è soddisfatto della Finanziaria con la quale il governo dell’Unione ha irritato molti senza convincere quasi nessuno. “Un paese che non produce ricchezza, osserva, non la redistribuisce”. E’ la stessa critica che alla Finanziaria è stata rivolta da economisti e agenzie di rating, oltre che dai più autorevoli giornali economici stranieri. Il leader del principale partito della maggioranza, però, non è un osservatore esterno e, volente o nolente, porta la responsabilità e sarà chiamato a rispondere delle scelte che il suo partito si appresta a sostenere in Parlamento. Così l’elenco di riforme strutturali sciorinato da Fassino (pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione, scuola, federalismo fiscale e liberalizzazioni) sembra un malinconico cahier des doléances su quel che si sarebbe potuto mettere nella Finanziaria, ma che non c’è. Fassino sa benissimo che ciascuno di questi temi era presente in qualche modo nelle prime stesure della legge di bilancio, ma che ha dovuto essere rapidamante cancellato sotto la pressione dell’estrema sinistra e delle rappresentanze sindacali. E’ per questa sorda opposizione che la Finanziaria si è trasformata in un infernale meccanismo di ridistribuzione di un reddito la cui crescita non viene adeguatamente sostenuta. Alla fine anche i Ds e la Margherita hanno cercato di partecipare alla gara della redistribuzione, ma a loro (e solo a loro) il governo ha detto di no. In queste condizioni non si capisce perché le resistenze conservatrici che hanno impedito di inserire le misure preparatorie delle riforme nella Finanziaria dovrebbero scomparire quando si tratterà di passare alla fantomatica fase due, quella riformista, annunciata da Fassino. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani dice che l’età pensionabile, caso mai, deve scendere, i comunisti annunciano “barricate” e non andrà meglio con il pubblico impiego, che già sta preparando mobilitazioni, o con gli enti locali in rivolta. Fassino ha perso la battaglia della Finanziaria, e ora si illude che i vincitori gli concederanno, con magnanimità cavalleresca, la rivincita. In realtà il blocco di interessi che si è consolidato nella scelta redistributiva sarà ancora più difficile da affrontare, ora che sa di essere in grado di imporsi. D’altra parte Romano Prodi non vuole sentir parlare di una seconda fase, che sarebbe una dichiarazione di insufficienza della prima, e questo dimostra quanto sia velleitario il piano di Fassino.

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martedì, 17 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : commenti, rassegna stampa

Girovagavo come al solito nella blogsfera e mi sono imbattuto in censurarossa da cui ho tratto questa frase:

Ieri il Papa parlando alla Commissione teologica a un certo punto ha detto: “Parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima.
La ‘castità’ a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità”.
Non so se pensasse a Regensburg, ma si è spiegato così bene che non c’è da aggiungere altro, in verità.

Andrea Monda, Roma

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martedì, 17 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, libri, opinioni, commenti, storia, rassegna stampa
Il peso del Pci, il crollo Urss: l’equazione impossibile del comunismo democratico
di Sergio Soave

Tratto da Il Foglio dell'8 ottobre 2005
Adriano Guerra, a lungo corrispondente dell’Unità da Mosca e poi direttore del Centro studi sui paesi dell’est, ha scritto un libro molto interessante su “Comunismi e comunisti”, edizioni Dedalo, che ha come sottotitolo “dalle svolte di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico”. Questo lavoro si aggiunge a una serie di studi sulla vicenda dei comunisti italiani e dei loro rapporti con l’Urss, che tentano di riempire la lacuna lasciata dalla mancata riflessione del Pci e dei suoi dirigenti sulla propria vicenda storica, come ha rimarcato Vittorio Foa.

Il saggio di Guerra ha il pregio, soprattutto nella parte, preponderante, dedicata a Palmiro Togliatti e alle sue relazioni con Josif Stalin e Nikita Krusciov, di descrivere queste relazioni da ambedue i lati. Uno dei difetti che si possono riscontrare in altri studi dedicati allo stesso argomento è che il Pcus è considerato una specie di monolite, privo di articolazioni interne, il che rende il quadro parziale e per qualche aspetto incomprensibile. Assai spesso i comportamenti e le scelte dei dirigenti del Pci sono stati la conseguenza della percezione che avevano del confronto in atto nelle alte sfere del Cremlino. Tutta la storia del Pci, e degli altri partiti comunisti, in questo senso, è legata indissolubilmente alla storia del Pcus. Se ne ha una dimostrazione, per esempio, nella lettera di Togliatti a Kruscev alla vigilia dell’invasione sovietica dell’Ungheria, nella quale il leader del Pci suggeriva un’azione energica contro la deriva “irreversibilmente reazionaria” del governo di Imre Nagy. La lettera si conclude così: “Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito vi sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito… Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento”. Nella prima parte di quel testo Togliatti informava Krusciov che nel Pci esistevano gruppi che “esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito”. L’unità del gruppo dirigente del Pcus era considerata la condizione per mantenere l’unità di quello del Pci e, se per ottenere questo risultato era necessario che Krusciov accettasse le pressioni degli oppositori stalinisti che volevano l’invasione, il prezzo andava pagato.

Guerra fa risalire a questa tragica scelta, quella di appoggiare (e in un certo senso di chiedere) l’intervento dei carri armati a Budapest, la principale “occasione mancata” per la costruzione di quello che chiama un “comunismo democratico”. La tesi è diffusa, ma in sostanza infondata. Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, aveva scritto due articoli di appoggio all’invasione, col titolo “Da una parte della barricata”, mentre Giorgio Amendola aveva espresso in un comizio l’esigenza di dare “il massimo appoggio anche militare ai compagni ungheresi”, per sconfiggere i “controrivoluzionari”. Si tratta dei due leader del Pci che, con prospettive diverse, anzi opposte, avrebbero posto, negli anni successivi, il problema della democrazia interna al partito e della liquidazione della doppiezza sul carattere democratico della via italiana al socialismo. Ambedue, però, allora, parteggiavano per i carri armati, e questo spiega perché in realtà non ci fu mai, nel “campo socialista”, uno spazio reale per il cosiddetto “comunismo democratico”. Questo spazio non si è creato neppure in quei paesi e in quei partiti comunisti che ruppero col Pcus, in modo radicale come quelli yugoslavo, cinese e albanese o, in modo meno traumatico, quello rumeno. La ragione è semplice: spezzare il legame con la madrepatria sovietica esponeva i gruppi dirigenti dei partiti comunisti “eretici” al rischio di rotture interne, provocate o no dall’azione del Pcus, per reagire alle quali scelsero sempre la via della repressione del dissenso, che li portò spesso a competere (e talora a superare, ad esempio, in Cambogia) con i crimini di Stalin. Questo non significa che non ci siano stati leader comunisti che ci abbiano provato, da Nagy in Ungheria ad Alexander Dubcek in Cecoslovacchia, ma la loro sorte è la migliore dimostrazione dell’impossibilità dell’impresa che avevano tentato.

Anche nel Pci, fin dall’inizio, ci furono personalità che, pur diverse, nutrirono una forte convinzione democratica. Si tratta di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini e di Giuseppe Di Vittorio. Gramsci, convinto dell’esigenza di unità del movimento comunista internazionale, pose nel 1926 la questione centrale, quella della democrazia interna al Pcus, e si trovò a dover combattere con il realismo di Togliatti. Nella fase più acuta dello scontro tra Stalin e l’opposizione dei “vecchi leninisti” (Trotzky, Kamenev e Zinoviev), Gramsci, pur schierato con la maggioranza staliniana, auspicava che essa “non intenda stravincere nella lotta e sia disposta ad evitare le misure eccessive”. Togliatti, che stava a Mosca, sapeva che per Stalin nessuna misura era eccessiva, e replicò duramente a Gramsci, che in seguito per la sua “dissidenza” fu emarginato dal partito del quale restava formalmente il leader. Anche Terracini subì, in carcere, l’espulsione dal partito per aver criticato il patto Molotov-Ribbentropp, come del resto Di Vittorio, che stava nell’emigrazione parigina e che si vide rifiutare ogni incarico. Gramsci, dopo la morte, fu glorificato e accostato a Togliatti in una diade che scimmiottava quelle di Marx ed Engels e di Lenin e Stalin. Anche Terracini e Di Vittorio ebbero poi ruoli importanti, il primo fu presidente dell’Assemblea costituente, il secondo segretario generale della Cgil, ma non ricoprirono mai incarichi centrali nel partito.

Le ragioni di fondo che hanno reso impraticabile la via del comunismo democratico sono state individuate nella differenza sostanziale tra il movimento comunista e quello socialista, come si è configurato dopo la rottura determinata dalla rivoluzione d’ottobre. Il comunismo è tale, si dice, perché punta a una trasformazione irreversibile della formazione economico-sociale, destinata, nella sua ineluttabilità storica, ad affermarsi in tutto il mondo. Il carattere fondamentale della democrazia, invece, consiste nella possibilità di mutare scelte, di trasformare strutture, secondo la volontà della maggioranza, che può cambiare, e che quindi non può seguire un processo predeterminato. La pretesa del carattere “scientifico” del comunismo, l’affermazione di “leggi” dello sviluppo sociale cogenti, come quelle delle teorie dell’evoluzione naturale, è alla base di questa concezione, per sua natura totalitaria. In realtà un’adesione all’idea della necessità storica è stata alla base anche delle correnti socialiste che ruppero con il leninismo. Gramsci ne era consapevole, quando scrisse, commentando la presa del potere bolscevica, un articolo intitolato “Rivoluzione contro il Capitale”, in cui spiegava che il fatto che la rottura dell’ordine capitalistico fosse avvenuta non nel punto più alto del suo sviluppo, ma nella Russia arretrata, smentiva le previsioni di Marx. Si può dunque pensare che la distinzione tra socialismo democratico e comunismo stia invece nella concezione della forzatura volontaristica della storia. Se le cose stanno così, è giustificato l’uso spregiudicato della teoria al servizio delle scelte politiche e di potere, di cui Stalin fu maestro. Lo strumento per “forzare” la storia è il potere, che non può essere condiviso, se non per brevi periodi di transizione e per ragioni tattiche, con chi non abbia lo stesso intendimento. Se le cose stanno così, ci si può proporre di esaminare la storia del comunismo come storia di un potere, e nel caso dell’Urss di una potenza, che obbedisce a dinamiche proprie. Il terreno principale su cui si è mossa la graduale contestazione della politica sovietica nel Pci, infatti, è stata la critica alla “politica di potenza”, condotta essenzialmente dalla sinistra del partito, spesso in connessione alla politica di un’altra potenza comunista emergente, quella cinese, altrettanto se non più autoritaria di quella russa. Ingrao già all’inizio degli anni 70 considerava l’Urss impantanata in un “binario morto della storia” e gli eretici del Manifesto furono espulsi soprattutto per aver esplicitato, già nel ’68, questa opinione. Con il senno di poi, quelle posizioni possono apparire profetiche, ma un esame più approfondito può dare una sensazione assai diversa.

In realtà la politica di potenza dell’Urss brezneviana arrivò assai vicina alla vittoria mondiale. Dopo la sconfitta in Vietnam, in America tornarono forti tendenze isolazionistiche, che si accentuarono dopo il crollo del regime dei Palhavi in Iran, e contemporaneamente si sviluppò in Europa occidentale una tendenza rinunciataria, una sorta di disponibilità strisciante alla “finlandizzazione” di cui fu espressione l’ostpolitik del cancelliere tedesco Willy Brandt. In Asia, in Europa e in Africa la politica di potenza del Cremlino inanellò successi ed espansioni, proprio nella fase più grigia della burocratizzazione e della sclerosi del potere interno e della dissoluzione dell’attrattiva ideologica. Si può allora proporre un cambiamento di ottica, che porta a considerare l’appoggio all’Urss non come un fatto ideologico, ma come un apprezzamento politico della sua politica di potenza. Il caso di Amendola può aiutare a seguire questo ragionamento. Com’è noto Amendola non condivise la critica, espressa dal Pci, per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Ai suoi amici, che gliene chiedevano stupiti la ragione, spiegò che quelli che si opponevano all’Urss in quella parte del mondo non combattevano per la libertà contro il comunismo, ma contro la secolarizzazione occidentale, di cui l’Urss, ai loro occhi, era l’espressione. Anche questa, col senno di poi, può essere considerata una lettura profetica. Amendola esprimeva l’apprezzamento per la funzione di stabilizzazione esercitata dall’Urss nel contesto del bipolarismo, cioè una considerazione sulla politica di potenza sovietica, anche quando aveva ormai perso ogni illusione sul suo regime interno e non nutriva più speranze sulla sua riformabilità. E’ un fatto che l’Urss è crollata quando è fallita la sua politica di potenza, quando si è dimostrata incapace di reggere la sfida militare e tecnologica lanciata da Ronald Reagan e non è riuscita a imporre il suo ordine in Afghanistan. Non è facile ammetterlo, ma non è stata la carenza di democrazia a determinare il collasso del comunismo, bensì la sconfitta sul piano del potere. Il fatto che gli esponenti del dissenso democratico non abbiano avuto peso determinante né nella fase del crollo né in quella della ricostruzione del potere russo ne è una riprova.

Una lettura meno ideologica delle vicende del comunismo pone problemi sgradevoli anche ai sostenitori della forza ineluttabile della democrazia. Pensare che sia stato il deficit democratico a far crollare l’impero sovietico e a condurre alla trasformazione socialista o all’irrilevanza politica le forze comuniste nei paesi democratici è consolatorio, ma si può dubitare che sia vero. Il fallimento del “comunismo democratico”, illustrato anche da Guerra, che pure ci ha creduto, è un aspetto del fallimento del comunismo, ma è anche un segnale del fatto che la democrazia non ha una “storica” forza intrinseca, ineluttabile e invincibile, e che quindi anch’essa per affermarsi ha bisogno di una politica di potenza. Anche la rilettura della storia dei comunisti italiani, che insiste tanto sulla “diversità” del Pci e trascura le connessioni non ideologiche, ma politiche e di potere, con la madrepatria sovietica, rischia di essere fuorviante e idealistica. I comunisti in Italia hanno contato perché hanno saputo creare un loro sistema di potere e perché erano considerati gli alleati, e per certi aspetti i mandatari, di una grande potenza. Per questo hanno esercitato una funzione tanto rilevante, nel bene e nel male, nella storia del paese. Trascurare questi aspetti fondamentali e fondanti, per inseguire le chimere di una visione tutta ideologica della loro alterità rispetto alle questioni materiali del potere e dell’equilibrio delle forze, può apparire utile sul piano propagandistico, ma non aiuta a capire la realtà di un’esperienza che ha avuto tanto peso nella vicenda italiana e internazionale, e quindi a elaborarne criticamente il superamento.


Adriano Guerra
Comunismi e comunisti.
Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico

Dedalo - 2005 - euro 17,00 - pp. 348

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lunedì, 16 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, esteri, rassegna stampa

Autodifesa preventiva
Le regole d’ingaggio Unifil non sono affatto lassiste. Il lassismo è politico

Il quotidiano spagnolo El Pais rivela, in concomitanza con la visita in Libano di José Luis Rodríguez Zapatero, aspetti particolarmente interessanti delle regole d’ingaggio dei Caschi blu. Per la prima volta l’Onu autorizza “l’autodifesa preventiva”, cioè l’attacco contro forze dalle quali ci si attende una possibile aggressione. Un altro articolo consente l’uso di “forza letale” per impedire o eliminare attività ostili “compreso il traffico illegale di armi, munizioni e esplosivi”. Questo significa che non esistono limiti all’impiego della forza, se non quello di cercare di evitare “danni collaterali”. Il termine “autodifesa preventiva” ha un senso ancora più forte di quello di “difesa attiva” che, ai tempi della guerra del Kosovo, Massimo D’Alema considerò potesse estendersi fino ai bombardamenti su Belgrado. Si tratta di regole necessariamente robuste, che consentono ai comandanti sul terreno di agire in modo tempestivo per salvaguardare la sicurezza delle truppe e per realizzare il mandato, che è quello di riconsegnare il sud del Libano al controllo dell’esercito regolare sottraendolo agli Hezbollah. Questo significa che se invece il contingente continuerà a farsi passare sotto il naso i convogli di armi destinati a riarmare i terroristi dipende da decisioni politiche superiori. Si spiega così l’ambiguità di Romano Prodi, che dopo aver dipinto ai suoi alleati di estrema sinistra la missione come esclusivamente pacifica, ora si vanta di non aver incontrato ministri Hezbollah a Beirut, ricevendo in cambio le prime minacce, contenute in un comunicato diffuso in Palestina dagli Hezbollah in cui i militari italiani sono definiti “artiglio dell’offensiva israeliana”.

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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa
Ecco un bellissimo spunto per riflettere scritto da Wallace73 sul blog Non praevalebunt:
Della Finanziaria 2007 ciò che più colpisce è il carico ideologico che essa esprime. Leggendo i vari provvedimenti l’impressione che se ne trae è che con essa, più che un orientamento economico, si sia voluto imporre un certo modello di società. In un quadro di generale impoverimento, infatti, si è preferito colpire la parte più dinamica e produttiva del paese, quella per intenderci che produce e diffonde la propria ricchezza anche alle classi più disagiate, tutto a vantaggio di politiche di redistribuzione parassitaria delle risorse che finiranno per premiare i soliti noti.
Non è difficile prevedere che i provvedimenti contenuti nella manovra economica, più che avvantaggiare, finiranno per colpire pesantemente proprio coloro che invece si vorrebbe aiutare. Prova ne è, come ha scritto il prof. Luca Ricolfi in uno dei suoi ultimi interventi pubblicati su “La Stampa”, che la “più volte reclamizzata riforma dell'Irpef, presentata come grande operazione di solidarietà, equità, giustizia sociale (con relativa invocazione: che «i ricchi piangano»...), è poco più di un'operazione propagandistica, che sottovaluta intelligenza e capacità di discernimento dei cittadini. Mediamente la riforma Irpef toglie meno di 100 euro al mese ai contribuenti sopra i 2500 euro netti, per darne meno di 10 al mese a quelli che sono sotto i 2500. Le risorse così trasferite da un gruppo all'altro ammontano, più o meno, a 0,2 punti di Pil, e finiscono per essere sommerse dagli innumerevoli e ben più tangibili aumenti della pressione fiscale su famiglie e imprese, sia a livello centrale sia a livello locale (addizionali Irap-Irpef-Ici, tasse di scopo)”.
Se così è allora vien da chiedersi: a quali poveri si riferiscono gli estensori della legge Finanziaria quando illustrano i provvedimenti in essa contenuti, visto che la scure ideologica di questo governo si abbatte senza pietà anche su di loro e non risparmia nessuno?
Non risparmia nemmeno la Chiesa la quale, con un giochetto da maestri, si è vista aumentare ed estendere il pagamento dell’Ici per tutti i beni immobili da essa posseduti e, quindi, anche per quelli in cui, come asili, scuole, ospizi, orfanotrofi, oratori e case famiglia, si svolgono servizi indispensabili che il settore pubblico non è in grado di erogare e che la Chiesa invece svolge con pochi mezzi e grande impegno.
Sin qui niente di strano, o perlomeno c’è poco da stupirsi in quanto le prime avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto, se a vincere le elezioni fosse stata l’Unione, si ebbero già nell’ottobre del 2005 allor quando la sinistra protestò vivacemente per la scelta del governo Berlusconi di estendere le agevolazioni previste per l’Ici a tutti gli immobili posseduti dalla Chiesa.
Ovviamente è del tutto legittimo ritenere la Chiesa foriera di privilegi e quindi farla pagare l’Ici per intero, ma questo all’opinione pubblica lo si deve dire in modo chiaro e trasparente e soprattutto senza ricorrere a beceri sotterfugi o a trucchi da quattro soldi quale è il combinato disposto tra il Decreto Bersani approvato in luglio, che prevede l'esenzione dell'Ici solo per quelle “attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale", e il comma 6 dell’art. 5, contenuto nel Decreto Legge collegato alla Finanziaria recante "Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria", con il quale si obbliga a rivalutare “nella misura del 40 per cento le rendite catastali dei fabbricati classificati nel gruppo catastale B”.
Se proprio non si vuole che ad erogare servizi rivolti alla persona siano soggetti diversi dallo Stato, e in particolare la Chiesa cattolica, lo si deve dire senza giri di parole, anche perché è giusto che la gente sappia, ad esempio, che una simile scelta ideologica non solo peggiorerà la qualità dei servizi offerti, ma aumenterà, e notevolmente, i costi per l’intera società.
Capiamo le preoccupazioni di Romano, ma ormai al di là del Tevere hanno capito cos’è che più gli sta a cuore e non è certo né il bene comune, né la sua fede adulta.
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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : opinioni, commenti, famiglia, rassegna stampa, donna, ru486
Al direttore - Aprendo l’ennesimo pacchetto di sigarette, l’occhio è caduto sulla solita scritta malaugurante. Stavolta c’era scritto: “Fumare in gravidanza fa male al bambino”. Mi sono accorto che in quel testo sta scritto “bambino” e non feto o uno qualunque di quegli ignobili nomignoli che servono a negare l’esistenza di un bambino. Il fumo fa male al bambino. Ma tutto il resto, compreso estirparlo con un aspirapolvere fa bene? O hanno scritto “la cannula aspiratrice fa male al bambino” anche sugli attrezzi che si usano per far abortire?
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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, rassegna stampa

L’effetto depressivo sull’economia causato da Finanziaria e costo del denaro

L’aumento del tasso di interesse da parte della Banca centrale europea dal tre al 3,25 è stato motivato con la preoccupazione per l’inflazione. Si tratta di un timore probabilmente fondato per altre parti dell’Unione, ma non per l’Italia ove non si registrano, al momento, tensioni inflazionistiche. Il prezzo del petrolio è sui 60 dollari, contro gli oltre 75 di qualche tempo fa e anche questo fattore concorre a ridurre le pressioni inflazionistiche. L’effetto favorevole – maggiore per l’Italia che per l’energia dipende dal petrolio più degli altri paesi dell’Unione – si esplica in tutta Europa. Ma la Bce non vuole avere un tasso troppo basso rispetto a quello della Federal Reserve, perché non vuole indebolire l’euro e facilitare gli acquisti di proprietà europee da parte di soggetti dell’area del dollaro, del rublo o delle monete asiatiche. Così stando le cose non resta che domandarsi quali siano gli effetti per l’Italia di questa mossa. Essi non sono importanti per il costo del nostro debito. Infatti quello in essere è per tre quarti a lungo termine e non è influenzato da questa manovra neppure per la quota in scadenza, in quanto il tasso a lungo termine già incorporava gli ultimi rialzi. Il debito pubblico a breve subisce un rincaro di un quarto di punto che riguarda forse 300 miliardi di euro fra titoli in scadenza e debito nuovo. Sicché il costo aggiuntivo è di 750 milioni, fra stato ed enti locali. Il problema vero riguarda l’economia, a cui la manovra della Bce del resto è esplicitamente diretta. Il costo del denaro per le imprese aumenterà di più di un quarto di punto, in quanto dai tassi della Banca centrale a quelli con cui le banche si approvigionano sul mercato fino a quelli con cui prestano ai clienti, vi è un divario crescente. Il quarto di punto della Bce per chi si fa dare denaro dalle banche o dal mercato finanziario potrà diventare mezzo punto. E ciò si aggiunge all’aumento di pressione fiscale che la legge finanziaria sta per esercitare sull’economia che è forse un punto e mezzo di pil (essendo le maggiori entrate nette statali, previdenziali e locali circa 22 miliardi, di cui cinque previdenziali, quattro locali e 13 statali) La combinazione rischia di generare un importante effetto depressivo.

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martedì, 30 maggio 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, cronaca, rassegna stampa

L’Unione mantiene in ruolo i manager del Cav. Ma non c’era il regime?

Che tipo di occupazione può essere stata, quella berlusconiana, se in cinque anni s’è tradotta nella nomina di burocrati e grand commis repubblicani così poco consanguinei da guadagnarsi lo statuto d’inamovibilità, e perciò anche il ricco salario oggi dispensato dal nuovo potere ulivista? Bisognava leggere due inchieste pubblicate dalla Stampa, ieri, e dal Sole 24 Ore, domenica, per farsi un’idea della cauta serenità con la quale il centrosinistra sta maneggiando i dossier di Eni (dove comanda Scaroni), Enel (Gnudi), Finmeccanica (Guarguaglini), Enac (Riggio) e via a discendere. Senza contare la filiera degli incarichi strategici che governano le politiche dei palazzi romani e dove, per citare il caso più emblematico, un segretario generale di Palazzo Chigi regnante il Cav., come Mauro Masi, può naturalmente diventare il capo di gabinetto del vicepremier Massimo D’Alema. Bisognava rileggere queste inchieste commissionate dai due giornali di sana e robusta costituzione industriale antiberlusconiana, e confermarsi nella certezza che l’Unione non intende applicare un forsennato spoils system perché è già ben piazzata da anni. Il che, se possibile, rende più vacue e contraddittorie le parole con le quali lo statista Massimo D’Alema, interpellato dalla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, giustifica quel sovrappiù di potere istituzionale che la sua maggioranza ha creduto di doversi intestare occupando la presidenza della Repubblica e quelle di Camera e Senato. Oltre alla supremazia nelle commissioni parlamentari e nelle giunte elettorali deputate a valutare il tasso d’opacità del +0,6 per mille che fa di Prodi un premier a mezz’asta. D’Alema dice: “Berlusconi, quando vinse, occupò anche lui tutti i posti”. Salvo alloggiarvi un personale oggi perfino utile alla sinistra. Sicché, se pure un’egemonia minima vi fu, e ammesso che non fosse già criptoulivista, qualche benemerito ammetta ora che la storia della dittatura berlusconiana era una balla e si assuma la rognosa libertà di riequilibrare le cose. Lei che ne dice, presidente Marini?

30/05/2006
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giovedì, 06 aprile 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa

Eccovi un bellissimo articolo che merita di essere letto:

Coglioni o delinquenti?

Nella scelta del lessico si svela l’alternativa: berlusconismo o perbenismo

 Con la sorniona evocazione, e sorridente, del coglione che vota contro i propri interessi – e siamo solo a mercoledì – il Cav. ha mostrato ieri quanto contino i valori, nonostante una certa disattenzione generale alle idee importanti, in questa battaglia da ultima spiaggia elettorale. Il coglione è infatti arrivato dopo il “delinquente” soffiato da Prodi all’indirizzo di Tremonti. E il valore morale dell’epiteto che ciascuno ha scelto sta tutto nella differenza. “Delinquente” fu detto ad hominem, è prosa triste da pretura, ha un vago sapore delatorio, si accoppia bene a quella coglionata sulla “maestà della legge” aspirata ed espirata in tv nell’ora dell’obbligo che Prodi ha imposto ai suoi ascoltatori durante il duello degli avulsi o “avursi”. Invece il “sarai-mica-un-coglione-a-votare-contro-i-tuoi-interessi” è l’allegra conversazione da bettola che sradica il perbenismo dei salottoni e delle terrazze “de sinistra”. Perché i salons sono stati pulpiti grandiosi e sofisticati dove incubavano le rivoluzioni sacrileghe del Settecento riformatore, il taglio delle teste reali, le grandi e ispide idee dei lumi, mentre i salotti dei marxisti rococò, come i tinelli di Moretti e del cinema italiano medio e della televisione italiana media fazista, sono i luoghi del conformismo e della banalità andante, le tribunette di una conversazione falsa e smorta, le cappelle in cui si adora il fighettismo piacione di quelli che si considerano sempre indignati e onesti, onesti ed indignati. Almeno Ken il Rosso, il pittoresco sindaco di Londra sospeso per atteggiamenti antisemiti, chiama chiselling little crook, l’imbroglioncello di strada che ti alleggerisce il portafoglio, i suoi nemici ideologici, insomma fa uno sforzino linguistico nel senso della taverna, non un cupo salto nel solito codice penale mentale, il cpm della sinistra nostra.
Il coglione autolesionista, che per il Cav. è una ristretta minoranza difficile da immaginare nelle sue motivazioni, è insulto di ben altra pasta. E diretto com’è non ai competitori, bensì ai loro eventuali elettori, ricorda le sparate televisive di Francesco “Chinchino” Compagna, barone meridionale e gran signore dell’Italia laica e liberale, quando prendeva a male parole in tv quegli italiani che si ostinavano a votare compatti per un regime occluso, venato di clericalismo e di varia untuosità democristiana. Berlusconi è liberale e privato e francamente corrivo in tutto, anche nel porgere gli insulti.

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lunedì, 27 marzo 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, rassegna stampa

L’ultima campagna
Se perdesse il Cav., i vincitori minacciano d’impedire la rivincita. Normale?

Apriamo oggi la prima pagina del Foglio indagando intorno a un tema di libertà che sta sotto la pelle di queste elezioni politiche ma è circondato da qualche comprensibile pudore su entrambi i fronti. Per Berlusconi, il presidente del Consiglio uscente, potrebbe essere l’ultima campagna elettorale perché i vincitori, nel caso egli uscisse sconfitto dalle urne, annunciano che, per legge, gli impedirebbero di sopravvivere e cercare la rivalsa. C’è dunque una grave dissimmetria nella posizione dei due schieramenti: se vincesse il Cav., l’opposizione può cercare la rivincita, l’alternanza, in tutta tranquillità, salvaguardando la propria identità piena; se il Cav. invece perdesse, una legge ad personam varata dalla nuova maggioranza gli precluderebbe di restare quel che è, un imprenditore che fa politica o un leader dell’antipolitica, come preferite. L’annuncio ormai chiaro, benché pudico e circospetto, è venuto da Massimo D’Alema, e non a caso. D’Alema nel ’96 diede il segnale esattamente opposto: andò a visitare lo studio Fininvest di Stranamore, incontrò Fedele Confalonieri, disse che Mediaset era una risorsa nazionale, legittimò il retroterra imprenditoriale del candidato della parte opposta. Vinte le elezioni, fece la Bicamerale e non fece la legge sul conflitto di interessi, quella draconiana, quella che impone di vendere o perire come soggetto politico all’imprenditore che è entrato in lizza (anzi, nell’imbarazzo, l’Ulivo preferì non portare a termine alcuna legge). Perse le elezioni, l’Ulivo fu investito dalla grande ondata giacobina e apocalittica, che chiedeva conto della mancata ghigliottina. E dunque ora ha cambiato linea, e promette o minaccia un provvedimento che, magari con il consenso di Fini e Casini, eliminerebbe dalla scena il competitore. Si dirà: ma Berlusconi può comunque restare in politica e cercare la rivincita, basta che venda le sue aziende e affidi il suo patrimonio a un blind trust. Ma questo è un sofisma, perché Berlusconi esiste e vive da tredici anni nella politica italiana in quanto è l’imprenditore che fa politica tutelato dalla legge e dalla Costituzione che consente espressamente l’accesso alle cariche a tutti i cittadini che godono dei diritti politici, il che non ha impedito affatto all’Ulivo di vincere nel ’96, non ha comportato l’instaurazione di alcun regime. Se l’Ulivo vincesse le elezioni avremmo la seconda dimostrazione che B., invece di essere una anomalia e un Caimano che fonda un regime, è un leader democratico-liberale con un anomalo conflitto di interessi che può e deve essere normato con leggi come la par condicio e con la legge sul conflitto attualmente in vigore. Promettere che si andrà più in là, che verrà eliminato dalla scena, verrà distrutto nella sua identità e soggettività il fondatore di un partito che sta tra il venti e il trenta per cento dei voti, uno che ha fatto due volte il presidente del Consiglio, la seconda volta stabilmente e continuativamente per cinque anni, un leader non professionale della nostra democrazia che rappresenta, in quanto imprenditore, un pezzo della società civile, è promettere un mutamento illiberale di regime. Sarebbe una legge oligarchica mascherata da sanatoria del rischio populismo. Vogliamo discuterne?

(25/03/2006)
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martedì, 21 marzo 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, cronaca, rassegna stampa

Vi propongo questo articolo scritto da Harry, si torna a parlare di fatti di una settimana fa ma l'articolo centra in pieno il punto.

Una decisione fascista (o comunista)

Sergio CofferatiNegare la piazza alla Fiamma Tricolore perché altrimenti i drogati dei centri sociali e i no global dell’Unione incendiano i negozi è una resa alla violenza e, allo stesso tempo, una decisione antidemocratica. La scelta del sindaco di Bologna Sergio Cofferati è sbagliata per mille ragioni. Anzitutto, se la Fiamma Tricolore è un partito che si presenta regolarmente alle elezioni non può essere discriminata: alla pari degli altri partiti dovrebbe avere lo stesso diritto di fare comizi e pubblicità elettorale. Se al contrario si ritiene che sia un partito anticostituzionale, esistono leggi che ne consentono lo scioglimento. Nessuno mai, nemmeno l’Ulivo, che anzi ha aiutato l’estrema destra a raccogliere le firme sia alle politiche del 1996 sia alle scorse regionali ritenendola degna di presentarsi alle elezioni, ha mai chiesto l’applicazione di leggi che potessero decidere lo scioglimento del partito. Quindi non esiste nessuna motivazione formale a sostegno della tesi di Cofferati, e non è compito di un sindaco decidere della legittimità di un partito. Se Cofferati ritiene che la Fiamma Tricolore sia anticostituzionale faccia ricorso alla magistratura, altrimenti accetti il diritto di un partito di accedere agli strumenti di pubblicità elettorale.

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lunedì, 20 marzo 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, famiglia, rassegna stampa, donna, società, liberà
Divorzio lampo, un successo?
Più che raddoppiate le domande di divorzio in Spagna dopo la nuova legge

Nel luglio scorso il governo socialista spagnolo ha introdotto una nuova normativa sul divorzio, che da allora è consentito senza previa separazione e alla sola condizione che le nozze siano state celebrate da tre mesi. Si tratta di una norma simile a quella che la Rosa nel pugno vorrebbe introdurre in Italia, e anche per questo può essere interessante esaminare che effetti abbia avuto in Spagna. Le domande di divorzio, che nel primo semestre del 2005, quando vigeva ancora la vecchia normativa, erano state circa 27 mila, nel semestre successivo sono cresciute fino a 60 mila, sono cioè più che raddoppiate. Le separazioni, contemporaneamente, sono diminuite, ma solo di un terzo. Si dirà che la legislazione non fa che rispecchiare una crisi della famiglia, che è quindi indipendente dalle scelte politiche, ma in realtà non è proprio così. Tra le ragioni che concorrono a rafforzare o, al contrario, a indebolire la stabilità della famiglia c’è la considerazione che quell’istituto basilare riceve dalla società. Se il giuramento di fedeltà reciproca “finché morte non ci separi”, che è pronunciato sia nei matrimoni civili sia in quelli religiosi, viene considerato una barzelletta, gli effetti non si fanno aspettare. Se il matrimonio, che ha nella sua natura la finalità della riproduzione, viene equiparato alla convivenza tra persone dello stesso sesso, come accade in Spagna, finisce con lo svalutarsi. Ora la formula matrimoniale spagnola dovrebbe essere trasformata nell’impegno a restare insieme per una stagione, visto che dopo dodici settimane può essere tranquillamente sciolto. Le associazioni femministe spagnole, che hanno applaudito a tutte le leggi che disgregano la famiglia, contemporaneamente denunciano l’aggravamento della condizione di disparità della donna, che percepisce mediamente retribuzioni inferiori del 40 per cento. Questo significa che sono ancora le donne la parte più debole, che subisce il danno maggiore dalla distruzione dei vincoli familiari. Ma queste femministe, a quanto pare, non sanno fare due più due.
(18/03/2006)
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lunedì, 20 marzo 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa, società

La cultura del piagnisteo
L’offensiva ideologica sul precariato e la fine della “suggestione liberale

Nessuno ha voglia, tantomeno noi, di dare lezioncine in nome del mercato. Si può essere liberisti senza illusioni, liberisti del buonsenso, liberisti provvisori, sebbene lo spazio ideologico perimetrato dagli ideologi di sinistra preveda soltanto liberisti sfrenati, sebbene sia in crisi per tanti motivi la “suggestione liberale” di cui parlava Pierluigi Battista giorni fa nel Corriere. Ma questa polemica sul precariato sociale, fondata su numeri a loro volta precari e su ragionamenti di un’impressionante esilità logica, ha tutta l’aria di una grande trappola culturale scattata in Italia e altrove in Europa, basti guardare a quel che succede in Francia, come reazione cieca ai nuovi sviluppi dell’economia e del lavoro nel mondo. I fatti sono questi e solo questi: dove c’è maggiore protezione, nel senso della stabilità contrattuale e della rigidità nelle tipologie di lavoro, c’è meno lavoro, e in particolare meno lavoro per i giovani. In America si licenzia, e lì c’è più lavoro, più crescita, meno tasse, un reddito più significativo, maggiore propensione agli investimenti e ai consumi, maggiore mobilità sociale, più eccitanti speranze di vita responsabile e libera, più ricerca, più istruzione e migliore, più innovazione. Dove il posto a vita è un miraggio per pochissimi, si vivono vite meglio ancorate al lavoro, il tasso di incremento della popolazione è maggiore, il futuro è più sicuro. Squilibri e disuguaglianze, piaghe sociali purulente non mancano anche lì, ma la capacità di accoglienza delle moltitudini e di convivenza in un paese che realizza nella libertà d’impresa la sua coesione sociale, e non la persegue nell’irregimentazione del mercato, è assolutamente incomparabile con la nostra, con quella europea. L’Economist ha dei dubbi sulla forma contrattuale assunta in Francia dalla riforma del codice del lavoro, come si possono avere dubbi su alcuni aspetti della legge Biagi (obiezioni che Prodi ha genericamente riproposto all’assemblea di Confindustria), ma la conclusione è questa: “La vera vergogna francese, e la causa più chiara delle sommosse d’autunno nelle banlieues, è la disoccupazione di massa” in un paese che al contrario della liberista e thatcheriana o blairiana Inghilterra ha un lavoratore su dieci fuori del mercato, uno su quattro escluso tra i giovani, e uno su due negli ambiti sociali più svantaggiati: “Questa è la vera insicurezza”, scrive il settimanale britannico con ragione. In Italia dopo la riforma del mercato del lavoro la disoccupazione è calata molto al di sotto della media francese (tre punti), e questo è un vantaggio evidente, che solo la cultura socialmente corretta del piagnisteo può cancellare, dovesse in aprile andare al governo.

(18/03/2006)
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martedì, 14 marzo 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, rassegna stampa

Elogio degli ossequienti
Il giornalismo eroico è una colossale puttanata in cui credono solo i vili

Il giornalismo eroico è una colossale puttanata in cui credono solo i vili. Infatti la gloria dell’indipendenza e del contropotere giornalistico è il più fulgido segnacolo nel vessillo dei nostri tempi. Tempi vuoti, che in un modo o nell’altro devono riempirsi di aria. Balzac diceva, breve, che “il giornalismo è un inferno, un abisso di iniquità, di menzogne, di tradimenti”, e c’è andato vicino. Se ha esagerato un po’, l’unico rimedio verso la sua perfidia è liberarsi di questa favola angelica del giornalismo ribelle, quando tutti sanno che al massimo è un mestiere ribaldo, al quale nessun lettore chiede la verità, che abita altrove, al massimo un tanto di accuratezza, di intelligenza, di fair play. Invece la superpotenza mediatica che domina il mondo pretende di insegnarci tutto, di unificare il pubblico, che è diverso, particulare, egoista, interessato, passionale e vigliacco come tutti noi, e di farne una grande giuria popolare presieduta dal giornalista di turno, che vendica i peccati del mondo, restaura la pienezza della virtù, elimina gli scandali portandoli alla luce. Ci si dimentica voluttuosamente che il giornalismo dipende dai capitali, dalla pubblicità, dal mercato, dal pregiudizio incorporato nelle lingue, nelle culture e nelle formidabili mistificazioni demagogiche in cui vivacchia, l’unico contravveleno essendo l’ironia, una dichiarata parzialità, l’onestà di riconoscersi semiliberi, onestucci, e sempre invariabilmente mezzi servi. Perché “ogni giornale è una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole” (sempre Balzac), e se il furto è l’anima del commercio, il commercio è l’anima del giornalismo.
Il riscatto è nel saperlo, e nel farlo discretamente e ironicamente sapere al pubblico cancellando ogni forma di retorica narcisista dalla coscienza di sé del gazzettiere, rinunciando alla gloria deontologica con un ghigno irridente, il massimo della felicità attingibile nei “lupanari del pensiero”. Gli ossequiosi sono coloro che scrivono sui giornali e lavorano in tv pensando a quell’impasto di nequizie che è la cronaca con la giusta dose di compassione, sapendo che qui si sfruttano le passioni, si manipola ogni realtà, si sceglie in relazione a un sistema di fini dal quale non è mai escluso il percepimento della mesata, il conseguimento di un successo, cioè di un inganno o di un’illusione presto destinata a perdersi. Il giornalista che predica la pace, la lotta contro il potere in nome del diritto del popolo a sapere, lo sradicamento della corruzione, l’umiliazione dell’autorità non è libero, è solo vanitoso.

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