giovedì, 26 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, storia, mostre

La folla abbatte la statua di Stalin e occupa le redazioni dei giornali. Le sedi del Partito sono assediate. Nelle strade si bruciano i libri russi. Gli scontri si prolungano fino a tarda notte nella sede della Radio nazionale e nei dintorni. All’alba il bilancio è pesante: 350 vittime e migliaia di feriti. Il 24 ottobre Budapest sprofonda nel caos”.

Con queste parole François Fejto descrive, nel volume che accompagna la mostra Budapest 1956, l’inizio di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia del primo dopoguerra: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica, che ebbe luogo a Budapest, e da lì in tutta l’Ungheria, fra il 23 ottobre e il 10 novembre 1956.

Il racconto della mostra ci guida, attraverso oltre 90 fotografie del reporter austriaco Erich Lessing, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico.

Erich Lessing era nato a Vienna nel 1923. Nel 1939, in seguito all’occupazione nazista dell’Austria, era emigrato in Palestina. Dopo la Guerra, nella quale è fotografo al seguito dell’esercito inglese, torna a Vienna nel 1947 e realizza alcuni reportage per l'Associated Press. Nel 1950 incontra a Strasburgo, dove si trova per documentare il primo incontro del Consiglio d’Europa, David Seymour, uno dei fondatori della Magnum, che lo invita ad entrare nella celebre agenzia. Lavora principalmente per Life, Paris Match, Picture Post, Epoca e Quick Magazine, documentando gli avvenimenti politici nell’Europa del dopoguerra e soprattutto gli eventi dei paesi comunisti che stavano nascendo in quel periodo.

Così racconta, in una intervista, l’origine del suo interesse per il reportage politico e l’attenzione privilegiata per le vicende dei paesi del blocco comunista europeo nell’immediato dopoguerra, che lo vide a Budapest nel momento dello scoppio della rivoluzione: “Benché sia conosciuto come fotoreporter, in verità sono uno zóon politikón, un animale politico. Sono sempre stato attratto dalla politica, dal rapporto tra la politica e il singolo, tra il “potere” e l’individuo: in che misura il potere influisce sulla popolazione, per quali cause in rari momenti della storia dell’umanità la popolazione condiziona il potere arrivando persino a determinarne il fallimento.

Il secondo dopoguerra, la guerra fredda, subito dopo la morte di Stalin, fu uno di quei periodi, denso di avvenimenti. Nel 1956, avevo chiara la sensazione che nell’Est europeo stesse per accadere qualcosa di importante; così proposi a “Life” una serie di reportage sui quattro principali paesi comunisti: DDR, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria.

Cominciai dunque a frequentare Varsavia e Budapest. In Polonia, dove cominciavano a farsi sentire le prime avvisaglie di liberalizzazione, uno strano fermento serpeggiava tra gli intellettuali. In Ungheria il clima era ancora più inquieto. Poi arrivò il 23 ottobre. La radio aveva detto che era in programma una manifestazione davanti al monumento del generale polacco Bem, che nel 1848 aveva guidato gli ungheresi nella rivolta contro la monarchia asburgica. La mattina del 24 sentii che la situazione volgeva al peggio, quindi con un collega noleggiai un’auto e da Vienna guidai fino a Györ. La frontiera era aperta e riuscimmo a entrare in Ungheria.

Trascorremmo la serata a Györ, mentre il Consiglio generale rivoluzionario si riuniva nel municipio e i soldati rimuovevano il ritratto di Lenin dalle pareti della sala dell’assemblea. Il giorno dopo partimmo all’alba per Budapest.”
Da qui ha origine il reportage fotografico che documenta in maniera eccezionale uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia europea degli anni Cinquanta: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica.

Il racconto della mostra ci guida, attraverso un centinaio di fotografie, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico. Filo conduttore della mostra risulta l’incancellabile desiderio di libertà che vive nel cuore di ogni uomo, e che ha trovato nella vicenda storica del popolo ungherese molte drammatiche occasioni per diventare grido doloroso.
Le immagini di Lessing documentano in tutta la loro durezza la ribellione di un popolo e la repressione del potere, ma insieme parlano di un desiderio di vita che trova modo di esprimersi anche nelle circostanze più drammatiche.

I testi che le accompagnano, da un lato scandiscono le ore di quei giorni terribili attraverso i comunicati delle radio ufficiali e di quelle libere nate con la rivoluzione, e dall’altro mostrano il filo teso dell’anelito alla libertà attraverso le grandi voci della poesia ungherese, da Sándor Petöfi a Gyula Illyés a Sándor Marai.
Uno spazio particolare è dato ai personaggi più rappresentativi del periodo, a partire dal Cardinale Mindszenty, e al coinvolgimento appassionato della Chiesa, in particolare nella persona di Papa Pio XII, negli eventi ungheresi.
In un momento in cui le democrazie occidentali erano troppo preoccupate dalla crisi di Suez per occuparsi della piccola Ungheria, la voce del Papa si levò alta in ben quattro messaggi nell’arco di quindici giorni, a sostegno del popolo e della chiesa ungherese.
Non mancano anche alcuni documenti particolarmente significativi riguardo alle ripercussioni che la rivolta ebbe in Italia, dove il Pci si trovò schierato a difendere la repressione sovietica; posizione che determinò un grosso dibattito interno alla sinistra e non poche crisi di coscienza di militanti e intellettuali.

La rivoluzione di Budapest resta una delle grandi testimonianze rese alla libertà nel secolo scorso. Una rivoluzione per sottrarsi alla cappa di un controllo soffocante di ogni espressione di pensiero, realizzata attraverso una burocrazia opprimente. Ricordarla oggi, a cinquant’anni di distanza, non significa solo riproporre il racconto di un particolare evento storico, ma il grido che è in ogni uomo, in ogni tempo. E il valore di questo richiamo appare quanto mai valido oggi, in un Occidente sempre più intorpidito e disposto ad “accontentarsi” di un benessere materiale che pure mostra sempre più evidente la debolezza delle sue fondamenta.

Sandro Chierici

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