Il peso del Pci, il crollo Urss: l’equazione impossibile del comunismo democratico
di Sergio Soave
Tratto da

dell'8 ottobre 2005
Adriano Guerra, a lungo corrispondente dell’Unità da Mosca e poi direttore del Centro studi sui paesi dell’est, ha scritto un libro molto interessante su “Comunismi e comunisti”, edizioni Dedalo, che ha come sottotitolo “dalle svolte di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico”. Questo lavoro si aggiunge a una serie di studi sulla vicenda dei comunisti italiani e dei loro rapporti con l’Urss, che tentano di riempire la lacuna lasciata dalla mancata riflessione del Pci e dei suoi dirigenti sulla propria vicenda storica, come ha rimarcato Vittorio Foa.
Il saggio di Guerra ha il pregio, soprattutto nella parte, preponderante, dedicata a Palmiro Togliatti e alle sue relazioni con Josif Stalin e Nikita Krusciov, di descrivere queste relazioni da ambedue i lati. Uno dei difetti che si possono riscontrare in altri studi dedicati allo stesso argomento è che il Pcus è considerato una specie di monolite, privo di articolazioni interne, il che rende il quadro parziale e per qualche aspetto incomprensibile. Assai spesso i comportamenti e le scelte dei dirigenti del Pci sono stati la conseguenza della percezione che avevano del confronto in atto nelle alte sfere del Cremlino. Tutta la storia del Pci, e degli altri partiti comunisti, in questo senso, è legata indissolubilmente alla storia del Pcus. Se ne ha una dimostrazione, per esempio, nella lettera di Togliatti a Kruscev alla vigilia dell’invasione sovietica dell’Ungheria, nella quale il leader del Pci suggeriva un’azione energica contro la deriva “irreversibilmente reazionaria” del governo di Imre Nagy. La lettera si conclude così: “Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito vi sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito… Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento”. Nella prima parte di quel testo Togliatti informava Krusciov che nel Pci esistevano gruppi che “esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito”. L’unità del gruppo dirigente del Pcus era considerata la condizione per mantenere l’unità di quello del Pci e, se per ottenere questo risultato era necessario che Krusciov accettasse le pressioni degli oppositori stalinisti che volevano l’invasione, il prezzo andava pagato.
Guerra fa risalire a questa tragica scelta, quella di appoggiare (e in un certo senso di chiedere) l’intervento dei carri armati a Budapest, la principale “occasione mancata” per la costruzione di quello che chiama un “comunismo democratico”. La tesi è diffusa, ma in sostanza infondata. Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, aveva scritto due articoli di appoggio all’invasione, col titolo “Da una parte della barricata”, mentre Giorgio Amendola aveva espresso in un comizio l’esigenza di dare “il massimo appoggio anche militare ai compagni ungheresi”, per sconfiggere i “controrivoluzionari”. Si tratta dei due leader del Pci che, con prospettive diverse, anzi opposte, avrebbero posto, negli anni successivi, il problema della democrazia interna al partito e della liquidazione della doppiezza sul carattere democratico della via italiana al socialismo. Ambedue, però, allora, parteggiavano per i carri armati, e questo spiega perché in realtà non ci fu mai, nel “campo socialista”, uno spazio reale per il cosiddetto “comunismo democratico”. Questo spazio non si è creato neppure in quei paesi e in quei partiti comunisti che ruppero col Pcus, in modo radicale come quelli yugoslavo, cinese e albanese o, in modo meno traumatico, quello rumeno. La ragione è semplice: spezzare il legame con la madrepatria sovietica esponeva i gruppi dirigenti dei partiti comunisti “eretici” al rischio di rotture interne, provocate o no dall’azione del Pcus, per reagire alle quali scelsero sempre la via della repressione del dissenso, che li portò spesso a competere (e talora a superare, ad esempio, in Cambogia) con i crimini di Stalin. Questo non significa che non ci siano stati leader comunisti che ci abbiano provato, da Nagy in Ungheria ad Alexander Dubcek in Cecoslovacchia, ma la loro sorte è la migliore dimostrazione dell’impossibilità dell’impresa che avevano tentato.
Anche nel Pci, fin dall’inizio, ci furono personalità che, pur diverse, nutrirono una forte convinzione democratica. Si tratta di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini e di Giuseppe Di Vittorio. Gramsci, convinto dell’esigenza di unità del movimento comunista internazionale, pose nel 1926 la questione centrale, quella della democrazia interna al Pcus, e si trovò a dover combattere con il realismo di Togliatti. Nella fase più acuta dello scontro tra Stalin e l’opposizione dei “vecchi leninisti” (Trotzky, Kamenev e Zinoviev), Gramsci, pur schierato con la maggioranza staliniana, auspicava che essa “non intenda stravincere nella lotta e sia disposta ad evitare le misure eccessive”. Togliatti, che stava a Mosca, sapeva che per Stalin nessuna misura era eccessiva, e replicò duramente a Gramsci, che in seguito per la sua “dissidenza” fu emarginato dal partito del quale restava formalmente il leader. Anche Terracini subì, in carcere, l’espulsione dal partito per aver criticato il patto Molotov-Ribbentropp, come del resto Di Vittorio, che stava nell’emigrazione parigina e che si vide rifiutare ogni incarico. Gramsci, dopo la morte, fu glorificato e accostato a Togliatti in una diade che scimmiottava quelle di Marx ed Engels e di Lenin e Stalin. Anche Terracini e Di Vittorio ebbero poi ruoli importanti, il primo fu presidente dell’Assemblea costituente, il secondo segretario generale della Cgil, ma non ricoprirono mai incarichi centrali nel partito.
Le ragioni di fondo che hanno reso impraticabile la via del comunismo democratico sono state individuate nella differenza sostanziale tra il movimento comunista e quello socialista, come si è configurato dopo la rottura determinata dalla rivoluzione d’ottobre. Il comunismo è tale, si dice, perché punta a una trasformazione irreversibile della formazione economico-sociale, destinata, nella sua ineluttabilità storica, ad affermarsi in tutto il mondo. Il carattere fondamentale della democrazia, invece, consiste nella possibilità di mutare scelte, di trasformare strutture, secondo la volontà della maggioranza, che può cambiare, e che quindi non può seguire un processo predeterminato. La pretesa del carattere “scientifico” del comunismo, l’affermazione di “leggi” dello sviluppo sociale cogenti, come quelle delle teorie dell’evoluzione naturale, è alla base di questa concezione, per sua natura totalitaria. In realtà un’adesione all’idea della necessità storica è stata alla base anche delle correnti socialiste che ruppero con il leninismo. Gramsci ne era consapevole, quando scrisse, commentando la presa del potere bolscevica, un articolo intitolato “Rivoluzione contro il Capitale”, in cui spiegava che il fatto che la rottura dell’ordine capitalistico fosse avvenuta non nel punto più alto del suo sviluppo, ma nella Russia arretrata, smentiva le previsioni di Marx. Si può dunque pensare che la distinzione tra socialismo democratico e comunismo stia invece nella concezione della forzatura volontaristica della storia. Se le cose stanno così, è giustificato l’uso spregiudicato della teoria al servizio delle scelte politiche e di potere, di cui Stalin fu maestro. Lo strumento per “forzare” la storia è il potere, che non può essere condiviso, se non per brevi periodi di transizione e per ragioni tattiche, con chi non abbia lo stesso intendimento. Se le cose stanno così, ci si può proporre di esaminare la storia del comunismo come storia di un potere, e nel caso dell’Urss di una potenza, che obbedisce a dinamiche proprie. Il terreno principale su cui si è mossa la graduale contestazione della politica sovietica nel Pci, infatti, è stata la critica alla “politica di potenza”, condotta essenzialmente dalla sinistra del partito, spesso in connessione alla politica di un’altra potenza comunista emergente, quella cinese, altrettanto se non più autoritaria di quella russa. Ingrao già all’inizio degli anni 70 considerava l’Urss impantanata in un “binario morto della storia” e gli eretici del Manifesto furono espulsi soprattutto per aver esplicitato, già nel ’68, questa opinione. Con il senno di poi, quelle posizioni possono apparire profetiche, ma un esame più approfondito può dare una sensazione assai diversa.
In realtà la politica di potenza dell’Urss brezneviana arrivò assai vicina alla vittoria mondiale. Dopo la sconfitta in Vietnam, in America tornarono forti tendenze isolazionistiche, che si accentuarono dopo il crollo del regime dei Palhavi in Iran, e contemporaneamente si sviluppò in Europa occidentale una tendenza rinunciataria, una sorta di disponibilità strisciante alla “finlandizzazione” di cui fu espressione l’ostpolitik del cancelliere tedesco Willy Brandt. In Asia, in Europa e in Africa la politica di potenza del Cremlino inanellò successi ed espansioni, proprio nella fase più grigia della burocratizzazione e della sclerosi del potere interno e della dissoluzione dell’attrattiva ideologica. Si può allora proporre un cambiamento di ottica, che porta a considerare l’appoggio all’Urss non come un fatto ideologico, ma come un apprezzamento politico della sua politica di potenza. Il caso di Amendola può aiutare a seguire questo ragionamento. Com’è noto Amendola non condivise la critica, espressa dal Pci, per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Ai suoi amici, che gliene chiedevano stupiti la ragione, spiegò che quelli che si opponevano all’Urss in quella parte del mondo non combattevano per la libertà contro il comunismo, ma contro la secolarizzazione occidentale, di cui l’Urss, ai loro occhi, era l’espressione. Anche questa, col senno di poi, può essere considerata una lettura profetica. Amendola esprimeva l’apprezzamento per la funzione di stabilizzazione esercitata dall’Urss nel contesto del bipolarismo, cioè una considerazione sulla politica di potenza sovietica, anche quando aveva ormai perso ogni illusione sul suo regime interno e non nutriva più speranze sulla sua riformabilità. E’ un fatto che l’Urss è crollata quando è fallita la sua politica di potenza, quando si è dimostrata incapace di reggere la sfida militare e tecnologica lanciata da Ronald Reagan e non è riuscita a imporre il suo ordine in Afghanistan. Non è facile ammetterlo, ma non è stata la carenza di democrazia a determinare il collasso del comunismo, bensì la sconfitta sul piano del potere. Il fatto che gli esponenti del dissenso democratico non abbiano avuto peso determinante né nella fase del crollo né in quella della ricostruzione del potere russo ne è una riprova.
Una lettura meno ideologica delle vicende del comunismo pone problemi sgradevoli anche ai sostenitori della forza ineluttabile della democrazia. Pensare che sia stato il deficit democratico a far crollare l’impero sovietico e a condurre alla trasformazione socialista o all’irrilevanza politica le forze comuniste nei paesi democratici è consolatorio, ma si può dubitare che sia vero. Il fallimento del “comunismo democratico”, illustrato anche da Guerra, che pure ci ha creduto, è un aspetto del fallimento del comunismo, ma è anche un segnale del fatto che la democrazia non ha una “storica” forza intrinseca, ineluttabile e invincibile, e che quindi anch’essa per affermarsi ha bisogno di una politica di potenza. Anche la rilettura della storia dei comunisti italiani, che insiste tanto sulla “diversità” del Pci e trascura le connessioni non ideologiche, ma politiche e di potere, con la madrepatria sovietica, rischia di essere fuorviante e idealistica. I comunisti in Italia hanno contato perché hanno saputo creare un loro sistema di potere e perché erano considerati gli alleati, e per certi aspetti i mandatari, di una grande potenza. Per questo hanno esercitato una funzione tanto rilevante, nel bene e nel male, nella storia del paese. Trascurare questi aspetti fondamentali e fondanti, per inseguire le chimere di una visione tutta ideologica della loro alterità rispetto alle questioni materiali del potere e dell’equilibrio delle forze, può apparire utile sul piano propagandistico, ma non aiuta a capire la realtà di un’esperienza che ha avuto tanto peso nella vicenda italiana e internazionale, e quindi a elaborarne criticamente il superamento.
Adriano Guerra
Comunismi e comunisti.
Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico
Dedalo - 2005 - euro 17,00 - pp. 348