Qualcuno in questi giorni ha parlato di onestà, del fatto che lui non ruba....
Ringrazio beppe grillo per essersi interessato aglo onesti!!!!
Ecco cosa ha scritto Beppe Grillo direttamente sul suo blog:
Il fratello scarso è una figura ricorrente nella Storia d’Italia. I parenti lo affidano di solito al fratello più sveglio che gli fa da padre per tutta la vita. Massimo Moratti è il fratello scarso dei fratelli scarsi. E’ riuscito ad offuscare persino Paolo Berlusconi. Gli si perdona qualunque cosa, anche le intercettazioni a Bobone Vieri. La famiglia per evitare danni lo ha nominato presidente dell’Inter. Gli ha concesso un vitalizio di qualche decina di milioni di euro all’anno per i giocatori. Lui è contento così.
Ogni tanto il fratello maggiore Gianmarco gli chiede di mettere una firma sui collocamenti. La gente si fida di lui, del suo aspetto da Bugs Bunny buono. E così è stato anche per il debutto di Saras in Borsa. I Moratti hanno incassato 1,7 miliardi di euro, ne avevano bisogno per rinforzare la squadra. Il titolo fu quotato a 6 euro in un momento di crollo del settore energetico. Chi lo comprò perse il 12% in un solo giorno. Jp Morgan e Morgan Stanley, le banche responsabili del collocamento, guadagnarono 12 milioni di euro a testa grazie alle oscillazioni.
Riassunto: qualcuno decide che il prezzo di 6 euro è giusto, i risparmiatori ci credono, comprano, perdono. I Moratti e le banche ci guadagnano e la procura indaga. La Consob dov’era? Cardia illuminaci.
Lo scudetto di ieri non lo ha vinto l’Inter. Infatti il marchio non gli appartiene più da tempo. Lo ha venduto, dopo una rettifica a questo blog, alla Inter Brand srl per 159 milioni di euro. La Procura sta indagando per l’ipotesi di “buchi in bilancio per cui non ci sono indagati”(Corriere della Sera). Sono sicuro che è un’ipotesi che si dimostrerà priva di qualsiasi fondamento. Massimo vince, ma senza rubare.
E' giusto, l'unione ha vinto le elezioni e governa, l'unione ha riottenuto la fiducia e governa di nuovo. Non ho però capito quale sia il programma, quello dei 12 punti o quello presentato in campagna elettorale, ma soprattuttu come intende rispondere il governo ai partiti che hanno partecipate alla manifestazione di Vicenza e a tutta quella schiera di pacifinti che li ha acompagnati?
Scusate ma sono leggermente incazzato con il ministro bersani e con le sue liberalizzazioni. Non faccio parte di nessuna lobby... Nessun benzinaio, farmacista, stassista... in famiglia.
Sono solo un cliente di 3, il egstore di telefonia. Pochi giorni fa sono stato avvisato dalla mia compagnia telefonica che non potevo più usufruire delle ricariche power a norma del Decreto BErsani.
Il famoso decreto che abolisce i costi di ricarica, peccato che io non li ho mai pagati, comprevo una ricarica da 20 euro al mese e la tre mi ricaricava per 25 euro, altro che costi di ricarica, mi regalavano 5 euro di traffico. E il regalo era esponenziale, più caricavi più ti regalavano. Se facevi una ricarica da 60 euri te ne venivano accreditati 90.
Da oggi tutto questo non è più possibile, grazie alla scelta del ministro bersani.
Non mi interessa che tim, vodafone e wind facevano pagare le ricariche. Il mercato è libero e a costo zero tutti i loro clienti potevano scegliere l'operatore più conveniente.
E' la legge di mercato sono i clienti a decidere dove spendere i loro soldi, nessuno ha mai obbligato qualcuno ad essere cliente di tim, vodafone e wind.
Questo gioco mi costa almeno 5 euro al mese... grazie Bersani, io non ho lo stipendio da ministro come lei, sono uno studente che "arranca" per arivare alla fine del mese!
L'altro giorno abbiamo appreso con immenso stupore dai giornali che il governo irakeno ha chiesto all'ono di prorogare il mandato per le truppe presenti sul loro teritorio.
Iraq? Onu? mandato?
maccome!?!? i pacifisti italiani hanno sbandierato l'arcobaleno fracassandoci i maroni, salvo poi rifracassarci i maroni spiegandoci che l'intervento in iraq era sbagliato, mente in libano è un'intervento di pace perchè c'è l'ONU!
Eccheccà.. adesso cos'è sta storia dell'iraq che chiede all'onu di prorogare il mandato delle truppe?!?!
allora anche in Iraq c'è una mandato dell'onu esattamente come in libano.
E allora perchè questa differenza di trattamento per i due interventi militari?
Che fine hanno fatto i girotondisti, gli sbandieratori arcobaleno?!?!
LA CICALA E LA FORMICA
VERSIONE CLASSICA
La formica lavora tutta la calda estate; si costruisce la casa e accantona le provviste per l'inverno. La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida; ride, danza, canta e gioca tutta l'estate.
Poi giunge l'inverno e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate mentre la cicala trema dal freddo, rimane senza cibo e muore.
VERSIONE MODERNA
La formica lavora tutta la calda estate; si costruisce la casa e accantona le provviste per l'inverno. La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida; ride, danza, canta e gioca tutta l'estate.
Poi giunge l'inverno e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate.
La cicala tremante dal freddo organizza una conferenza stampa e pone la questione del perché la formica ha il diritto d'essere al caldo e ben nutrita mentre altri meno fortunati muoiono di freddo e fame.
La televisione organizza delle trasmissioni in diretta che mostrano la cicala tremante dal freddo nonché degli spezzoni della formica al caldo nella sua confortevole casa con l'abbondante tavola piena di ogni ben di Dio.
I telespettatori sono colpiti dal fatto che, in un paese così ricco, si lasci soffrire la povera cicala mentre altri vivono nell'abbondanza. I sindacati manifestano davanti alla casa della formica in solidarietà della cicala mentre i giornalisti organizzano delle interviste domandando perché la formica è divenuta così ricca sulle spalle della cicala ed interpellano il governo perché aumenti le tasse sulla formica affinché essa paghi la sua giusta parte. In linea con i sondaggi il governo redige una legge per l'eguaglianza economica ed una (retroattiva all'estate precedente) anti discriminatoria.
Le tasse sono aumentate e la formica riceve una multa per non aver occupato la cicala come apprendista, la casa della formica è sequestrata dal fisco perché non ha i soldi per pagare le tasse e le multe: la formica lascia il paese e si trasferisce in Liechtenstein.
La televisione prepara un reportage sulla cicala che, ora ben in carne, sta terminando le provviste lasciate dalla formica nonostante la primavera sia ancora lontana.
L'ex casa della formica, divenuto alloggio sociale per la cicala, comincia a deteriorasi nel disinteresse della cicala e del governo.
Sono avviate delle rimostranze nei confronti del governo per la mancanza di assistenza sociale, viene creata una commissione apposita con un costo di 10 milioni.
Intanto la cicala muore di overdose mentre la stampa evidenzia ancora di più quanto sia urgente occuparsi delle ineguaglianze sociali; la casa è ora occupata da ragni immigrati.
Il governo si felicita delle diversità multiculturali del paese così aperto e socialmente evoluto.
I ragni organizzano un traffico d'eroina, una gang di ladri, un traffico di mantidi prostitute e terrorizzano la comunità.
Il governo propone l'integrazione perché la repressione genera violenza e violenza chiama violenza
Visco denuncia uno scandalo contro il premier.
Ma «il Giornale» scopre che tra i controllati c’è anche Berlusconi
Sono 128 le persone indagate per essere entrate nell'anagrafe tributaria e aver controllato redditi e proprietà dei Vip. Prodi, che con la moglie è fra gli spiati, attraverso il suo portavoce grida al complotto. Ma il Giornale scopre che fra i sorvegliati ci sono anche Berlusconi, D'Alema, calciatori e soubrette.
Persa la battaglia della Finanziaria, come spera di vincere quella delle riforme?
Piero Fassino non è soddisfatto della Finanziaria con la quale il governo dell’Unione ha irritato molti senza convincere quasi nessuno. “Un paese che non produce ricchezza, osserva, non la redistribuisce”. E’ la stessa critica che alla Finanziaria è stata rivolta da economisti e agenzie di rating, oltre che dai più autorevoli giornali economici stranieri. Il leader del principale partito della maggioranza, però, non è un osservatore esterno e, volente o nolente, porta la responsabilità e sarà chiamato a rispondere delle scelte che il suo partito si appresta a sostenere in Parlamento. Così l’elenco di riforme strutturali sciorinato da Fassino (pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione, scuola, federalismo fiscale e liberalizzazioni) sembra un malinconico cahier des doléances su quel che si sarebbe potuto mettere nella Finanziaria, ma che non c’è. Fassino sa benissimo che ciascuno di questi temi era presente in qualche modo nelle prime stesure della legge di bilancio, ma che ha dovuto essere rapidamante cancellato sotto la pressione dell’estrema sinistra e delle rappresentanze sindacali. E’ per questa sorda opposizione che la Finanziaria si è trasformata in un infernale meccanismo di ridistribuzione di un reddito la cui crescita non viene adeguatamente sostenuta. Alla fine anche i Ds e la Margherita hanno cercato di partecipare alla gara della redistribuzione, ma a loro (e solo a loro) il governo ha detto di no. In queste condizioni non si capisce perché le resistenze conservatrici che hanno impedito di inserire le misure preparatorie delle riforme nella Finanziaria dovrebbero scomparire quando si tratterà di passare alla fantomatica fase due, quella riformista, annunciata da Fassino. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani dice che l’età pensionabile, caso mai, deve scendere, i comunisti annunciano “barricate” e non andrà meglio con il pubblico impiego, che già sta preparando mobilitazioni, o con gli enti locali in rivolta. Fassino ha perso la battaglia della Finanziaria, e ora si illude che i vincitori gli concederanno, con magnanimità cavalleresca, la rivincita. In realtà il blocco di interessi che si è consolidato nella scelta redistributiva sarà ancora più difficile da affrontare, ora che sa di essere in grado di imporsi. D’altra parte Romano Prodi non vuole sentir parlare di una seconda fase, che sarebbe una dichiarazione di insufficienza della prima, e questo dimostra quanto sia velleitario il piano di Fassino.

La folla abbatte la statua di Stalin e occupa le redazioni dei giornali. Le sedi del Partito sono assediate. Nelle strade si bruciano i libri russi. Gli scontri si prolungano fino a tarda notte nella sede della Radio nazionale e nei dintorni. All’alba il bilancio è pesante: 350 vittime e migliaia di feriti. Il 24 ottobre Budapest sprofonda nel caos”.
Con queste parole François Fejto descrive, nel volume che accompagna la mostra Budapest 1956, l’inizio di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia del primo dopoguerra: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica, che ebbe luogo a Budapest, e da lì in tutta l’Ungheria, fra il 23 ottobre e il 10 novembre 1956.
Il racconto della mostra ci guida, attraverso oltre 90 fotografie del reporter austriaco Erich Lessing, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico.
Erich Lessing era nato a Vienna nel 1923. Nel 1939, in seguito all’occupazione nazista dell’Austria, era emigrato in Palestina. Dopo la Guerra, nella quale è fotografo al seguito dell’esercito inglese, torna a Vienna nel 1947 e realizza alcuni reportage per l'Associated Press. Nel 1950 incontra a Strasburgo, dove si trova per documentare il primo incontro del Consiglio d’Europa, David Seymour, uno dei fondatori della Magnum, che lo invita ad entrare nella celebre agenzia. Lavora principalmente per Life, Paris Match, Picture Post, Epoca e Quick Magazine, documentando gli avvenimenti politici nell’Europa del dopoguerra e soprattutto gli eventi dei paesi comunisti che stavano nascendo in quel periodo.
Così racconta, in una intervista, l’origine del suo interesse per il reportage politico e l’attenzione privilegiata per le vicende dei paesi del blocco comunista europeo nell’immediato dopoguerra, che lo vide a Budapest nel momento dello scoppio della rivoluzione: “Benché sia conosciuto come fotoreporter, in verità sono uno zóon politikón, un animale politico. Sono sempre stato attratto dalla politica, dal rapporto tra la politica e il singolo, tra il “potere” e l’individuo: in che misura il potere influisce sulla popolazione, per quali cause in rari momenti della storia dell’umanità la popolazione condiziona il potere arrivando persino a determinarne il fallimento.
Il secondo dopoguerra, la guerra fredda, subito dopo la morte di Stalin, fu uno di quei periodi, denso di avvenimenti. Nel 1956, avevo chiara la sensazione che nell’Est europeo stesse per accadere qualcosa di importante; così proposi a “Life” una serie di reportage sui quattro principali paesi comunisti: DDR, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria.
Cominciai dunque a frequentare Varsavia e Budapest. In Polonia, dove cominciavano a farsi sentire le prime avvisaglie di liberalizzazione, uno strano fermento serpeggiava tra gli intellettuali. In Ungheria il clima era ancora più inquieto. Poi arrivò il 23 ottobre. La radio aveva detto che era in programma una manifestazione davanti al monumento del generale polacco Bem, che nel 1848 aveva guidato gli ungheresi nella rivolta contro la monarchia asburgica. La mattina del 24 sentii che la situazione volgeva al peggio, quindi con un collega noleggiai un’auto e da Vienna guidai fino a Györ. La frontiera era aperta e riuscimmo a entrare in Ungheria.
Trascorremmo la serata a Györ, mentre il Consiglio generale rivoluzionario si riuniva nel municipio e i soldati rimuovevano il ritratto di Lenin dalle pareti della sala dell’assemblea. Il giorno dopo partimmo all’alba per Budapest.”
Da qui ha origine il reportage fotografico che documenta in maniera eccezionale uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia europea degli anni Cinquanta: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica.
Il racconto della mostra ci guida, attraverso un centinaio di fotografie, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico. Filo conduttore della mostra risulta l’incancellabile desiderio di libertà che vive nel cuore di ogni uomo, e che ha trovato nella vicenda storica del popolo ungherese molte drammatiche occasioni per diventare grido doloroso.
Le immagini di Lessing documentano in tutta la loro durezza la ribellione di un popolo e la repressione del potere, ma insieme parlano di un desiderio di vita che trova modo di esprimersi anche nelle circostanze più drammatiche.
I testi che le accompagnano, da un lato scandiscono le ore di quei giorni terribili attraverso i comunicati delle radio ufficiali e di quelle libere nate con la rivoluzione, e dall’altro mostrano il filo teso dell’anelito alla libertà attraverso le grandi voci della poesia ungherese, da Sándor Petöfi a Gyula Illyés a Sándor Marai.
Uno spazio particolare è dato ai personaggi più rappresentativi del periodo, a partire dal Cardinale Mindszenty, e al coinvolgimento appassionato della Chiesa, in particolare nella persona di Papa Pio XII, negli eventi ungheresi.
In un momento in cui le democrazie occidentali erano troppo preoccupate dalla crisi di Suez per occuparsi della piccola Ungheria, la voce del Papa si levò alta in ben quattro messaggi nell’arco di quindici giorni, a sostegno del popolo e della chiesa ungherese.
Non mancano anche alcuni documenti particolarmente significativi riguardo alle ripercussioni che la rivolta ebbe in Italia, dove il Pci si trovò schierato a difendere la repressione sovietica; posizione che determinò un grosso dibattito interno alla sinistra e non poche crisi di coscienza di militanti e intellettuali.
La rivoluzione di Budapest resta una delle grandi testimonianze rese alla libertà nel secolo scorso. Una rivoluzione per sottrarsi alla cappa di un controllo soffocante di ogni espressione di pensiero, realizzata attraverso una burocrazia opprimente. Ricordarla oggi, a cinquant’anni di distanza, non significa solo riproporre il racconto di un particolare evento storico, ma il grido che è in ogni uomo, in ogni tempo. E il valore di questo richiamo appare quanto mai valido oggi, in un Occidente sempre più intorpidito e disposto ad “accontentarsi” di un benessere materiale che pure mostra sempre più evidente la debolezza delle sue fondamenta.
Una canzone in memoria dei ragazzi ammazzati dai comunisti sovietici
RAGAZZI DI BUDAPEST
Girovagavo come al solito nella blogsfera e mi sono imbattuto in censurarossa da cui ho tratto questa frase:
Ieri il Papa parlando alla Commissione teologica a un certo punto ha detto: “Parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima.
La ‘castità’ a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità”.
Non so se pensasse a Regensburg, ma si è spiegato così bene che non c’è da aggiungere altro, in verità.
Andrea Monda, Roma
L’effetto depressivo sull’economia causato da Finanziaria e costo del denaro
L’aumento del tasso di interesse da parte della Banca centrale europea dal tre al 3,25 è stato motivato con la preoccupazione per l’inflazione. Si tratta di un timore probabilmente fondato per altre parti dell’Unione, ma non per l’Italia ove non si registrano, al momento, tensioni inflazionistiche. Il prezzo del petrolio è sui 60 dollari, contro gli oltre 75 di qualche tempo fa e anche questo fattore concorre a ridurre le pressioni inflazionistiche. L’effetto favorevole – maggiore per l’Italia che per l’energia dipende dal petrolio più degli altri paesi dell’Unione – si esplica in tutta Europa. Ma la Bce non vuole avere un tasso troppo basso rispetto a quello della Federal Reserve, perché non vuole indebolire l’euro e facilitare gli acquisti di proprietà europee da parte di soggetti dell’area del dollaro, del rublo o delle monete asiatiche. Così stando le cose non resta che domandarsi quali siano gli effetti per l’Italia di questa mossa. Essi non sono importanti per il costo del nostro debito. Infatti quello in essere è per tre quarti a lungo termine e non è influenzato da questa manovra neppure per la quota in scadenza, in quanto il tasso a lungo termine già incorporava gli ultimi rialzi. Il debito pubblico a breve subisce un rincaro di un quarto di punto che riguarda forse 300 miliardi di euro fra titoli in scadenza e debito nuovo. Sicché il costo aggiuntivo è di 750 milioni, fra stato ed enti locali. Il problema vero riguarda l’economia, a cui la manovra della Bce del resto è esplicitamente diretta. Il costo del denaro per le imprese aumenterà di più di un quarto di punto, in quanto dai tassi della Banca centrale a quelli con cui le banche si approvigionano sul mercato fino a quelli con cui prestano ai clienti, vi è un divario crescente. Il quarto di punto della Bce per chi si fa dare denaro dalle banche o dal mercato finanziario potrà diventare mezzo punto. E ciò si aggiunge all’aumento di pressione fiscale che la legge finanziaria sta per esercitare sull’economia che è forse un punto e mezzo di pil (essendo le maggiori entrate nette statali, previdenziali e locali circa 22 miliardi, di cui cinque previdenziali, quattro locali e 13 statali) La combinazione rischia di generare un importante effetto depressivo.