venerdì, 27 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa

Visco denuncia uno scandalo contro il premier.
Ma «il Giornale» scopre che tra i controllati c’è anche Berlusconi

Sono 128 le persone indagate per essere entrate nell'anagrafe tributaria e aver controllato redditi e proprietà dei Vip. Prodi, che con la moglie è fra gli spiati, attraverso il suo portavoce grida al complotto. Ma il Giornale scopre che fra i sorvegliati ci sono anche Berlusconi, D'Alema, calciatori e soubrette.

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venerdì, 27 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa

Persa la battaglia della Finanziaria, come spera di vincere quella delle riforme?

Piero Fassino non è soddisfatto della Finanziaria con la quale il governo dell’Unione ha irritato molti senza convincere quasi nessuno. “Un paese che non produce ricchezza, osserva, non la redistribuisce”. E’ la stessa critica che alla Finanziaria è stata rivolta da economisti e agenzie di rating, oltre che dai più autorevoli giornali economici stranieri. Il leader del principale partito della maggioranza, però, non è un osservatore esterno e, volente o nolente, porta la responsabilità e sarà chiamato a rispondere delle scelte che il suo partito si appresta a sostenere in Parlamento. Così l’elenco di riforme strutturali sciorinato da Fassino (pensioni, mercato del lavoro, pubblica amministrazione, scuola, federalismo fiscale e liberalizzazioni) sembra un malinconico cahier des doléances su quel che si sarebbe potuto mettere nella Finanziaria, ma che non c’è. Fassino sa benissimo che ciascuno di questi temi era presente in qualche modo nelle prime stesure della legge di bilancio, ma che ha dovuto essere rapidamante cancellato sotto la pressione dell’estrema sinistra e delle rappresentanze sindacali. E’ per questa sorda opposizione che la Finanziaria si è trasformata in un infernale meccanismo di ridistribuzione di un reddito la cui crescita non viene adeguatamente sostenuta. Alla fine anche i Ds e la Margherita hanno cercato di partecipare alla gara della redistribuzione, ma a loro (e solo a loro) il governo ha detto di no. In queste condizioni non si capisce perché le resistenze conservatrici che hanno impedito di inserire le misure preparatorie delle riforme nella Finanziaria dovrebbero scomparire quando si tratterà di passare alla fantomatica fase due, quella riformista, annunciata da Fassino. Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani dice che l’età pensionabile, caso mai, deve scendere, i comunisti annunciano “barricate” e non andrà meglio con il pubblico impiego, che già sta preparando mobilitazioni, o con gli enti locali in rivolta. Fassino ha perso la battaglia della Finanziaria, e ora si illude che i vincitori gli concederanno, con magnanimità cavalleresca, la rivincita. In realtà il blocco di interessi che si è consolidato nella scelta redistributiva sarà ancora più difficile da affrontare, ora che sa di essere in grado di imporsi. D’altra parte Romano Prodi non vuole sentir parlare di una seconda fase, che sarebbe una dichiarazione di insufficienza della prima, e questo dimostra quanto sia velleitario il piano di Fassino.

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giovedì, 26 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, storia, mostre

La folla abbatte la statua di Stalin e occupa le redazioni dei giornali. Le sedi del Partito sono assediate. Nelle strade si bruciano i libri russi. Gli scontri si prolungano fino a tarda notte nella sede della Radio nazionale e nei dintorni. All’alba il bilancio è pesante: 350 vittime e migliaia di feriti. Il 24 ottobre Budapest sprofonda nel caos”.

Con queste parole François Fejto descrive, nel volume che accompagna la mostra Budapest 1956, l’inizio di uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia del primo dopoguerra: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica, che ebbe luogo a Budapest, e da lì in tutta l’Ungheria, fra il 23 ottobre e il 10 novembre 1956.

Il racconto della mostra ci guida, attraverso oltre 90 fotografie del reporter austriaco Erich Lessing, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico.

Erich Lessing era nato a Vienna nel 1923. Nel 1939, in seguito all’occupazione nazista dell’Austria, era emigrato in Palestina. Dopo la Guerra, nella quale è fotografo al seguito dell’esercito inglese, torna a Vienna nel 1947 e realizza alcuni reportage per l'Associated Press. Nel 1950 incontra a Strasburgo, dove si trova per documentare il primo incontro del Consiglio d’Europa, David Seymour, uno dei fondatori della Magnum, che lo invita ad entrare nella celebre agenzia. Lavora principalmente per Life, Paris Match, Picture Post, Epoca e Quick Magazine, documentando gli avvenimenti politici nell’Europa del dopoguerra e soprattutto gli eventi dei paesi comunisti che stavano nascendo in quel periodo.

Così racconta, in una intervista, l’origine del suo interesse per il reportage politico e l’attenzione privilegiata per le vicende dei paesi del blocco comunista europeo nell’immediato dopoguerra, che lo vide a Budapest nel momento dello scoppio della rivoluzione: “Benché sia conosciuto come fotoreporter, in verità sono uno zóon politikón, un animale politico. Sono sempre stato attratto dalla politica, dal rapporto tra la politica e il singolo, tra il “potere” e l’individuo: in che misura il potere influisce sulla popolazione, per quali cause in rari momenti della storia dell’umanità la popolazione condiziona il potere arrivando persino a determinarne il fallimento.

Il secondo dopoguerra, la guerra fredda, subito dopo la morte di Stalin, fu uno di quei periodi, denso di avvenimenti. Nel 1956, avevo chiara la sensazione che nell’Est europeo stesse per accadere qualcosa di importante; così proposi a “Life” una serie di reportage sui quattro principali paesi comunisti: DDR, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria.

Cominciai dunque a frequentare Varsavia e Budapest. In Polonia, dove cominciavano a farsi sentire le prime avvisaglie di liberalizzazione, uno strano fermento serpeggiava tra gli intellettuali. In Ungheria il clima era ancora più inquieto. Poi arrivò il 23 ottobre. La radio aveva detto che era in programma una manifestazione davanti al monumento del generale polacco Bem, che nel 1848 aveva guidato gli ungheresi nella rivolta contro la monarchia asburgica. La mattina del 24 sentii che la situazione volgeva al peggio, quindi con un collega noleggiai un’auto e da Vienna guidai fino a Györ. La frontiera era aperta e riuscimmo a entrare in Ungheria.

Trascorremmo la serata a Györ, mentre il Consiglio generale rivoluzionario si riuniva nel municipio e i soldati rimuovevano il ritratto di Lenin dalle pareti della sala dell’assemblea. Il giorno dopo partimmo all’alba per Budapest.”
Da qui ha origine il reportage fotografico che documenta in maniera eccezionale uno degli eventi che maggiormente hanno segnato la storia europea degli anni Cinquanta: la rivolta del popolo ungherese contro l’occupazione sovietica.

Il racconto della mostra ci guida, attraverso un centinaio di fotografie, lungo i quindici giorni della rivolta, nell’altalena di speranze e drammatiche delusioni che culminò con la sanguinosa repressione dell’esercito sovietico. Filo conduttore della mostra risulta l’incancellabile desiderio di libertà che vive nel cuore di ogni uomo, e che ha trovato nella vicenda storica del popolo ungherese molte drammatiche occasioni per diventare grido doloroso.
Le immagini di Lessing documentano in tutta la loro durezza la ribellione di un popolo e la repressione del potere, ma insieme parlano di un desiderio di vita che trova modo di esprimersi anche nelle circostanze più drammatiche.

I testi che le accompagnano, da un lato scandiscono le ore di quei giorni terribili attraverso i comunicati delle radio ufficiali e di quelle libere nate con la rivoluzione, e dall’altro mostrano il filo teso dell’anelito alla libertà attraverso le grandi voci della poesia ungherese, da Sándor Petöfi a Gyula Illyés a Sándor Marai.
Uno spazio particolare è dato ai personaggi più rappresentativi del periodo, a partire dal Cardinale Mindszenty, e al coinvolgimento appassionato della Chiesa, in particolare nella persona di Papa Pio XII, negli eventi ungheresi.
In un momento in cui le democrazie occidentali erano troppo preoccupate dalla crisi di Suez per occuparsi della piccola Ungheria, la voce del Papa si levò alta in ben quattro messaggi nell’arco di quindici giorni, a sostegno del popolo e della chiesa ungherese.
Non mancano anche alcuni documenti particolarmente significativi riguardo alle ripercussioni che la rivolta ebbe in Italia, dove il Pci si trovò schierato a difendere la repressione sovietica; posizione che determinò un grosso dibattito interno alla sinistra e non poche crisi di coscienza di militanti e intellettuali.

La rivoluzione di Budapest resta una delle grandi testimonianze rese alla libertà nel secolo scorso. Una rivoluzione per sottrarsi alla cappa di un controllo soffocante di ogni espressione di pensiero, realizzata attraverso una burocrazia opprimente. Ricordarla oggi, a cinquant’anni di distanza, non significa solo riproporre il racconto di un particolare evento storico, ma il grido che è in ogni uomo, in ogni tempo. E il valore di questo richiamo appare quanto mai valido oggi, in un Occidente sempre più intorpidito e disposto ad “accontentarsi” di un benessere materiale che pure mostra sempre più evidente la debolezza delle sue fondamenta.

Sandro Chierici

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giovedì, 26 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, storia

Una canzone in memoria dei ragazzi ammazzati dai comunisti sovietici

RAGAZZI DI BUDAPEST

Avanti ragazzi di Buda,
avanti ragazzi di Pest
studenti, braccianti e operai,
il sole non sorge più all'Est
 
Avanti ragazzi di Buda
avanti ragazzi di Pest
studenti, braccianti, operai,
il sole non sorge più ad Est.
 
Abbiamo vegliato una notte
la notte dei cento e più mesi
sognando quei giorni d’ottobre,
quest’alba dei giovan’ungheresi.
 
Ricordo che avevi un moschetto
su portalo in piazza, ti aspetto,
nascosta tra i libri di scuola
anch’io porterò una pistola.
 
Sei giorni e sei notti di gloria
durò questa nostra vittoria
ma al settimo sono arrivati
i russi con i carri armati.
 
I carri ci schiaccian le ossa,
nessuno ci viene in aiuto
il mondo è rimasto a guardare
sull’orlo della  fossa seduto.
 
Ragazza non dirlo a mia madre
non dirle che muoio stasera
ma dille che sto su in montagna
e che tornerò a primavera
 
Compagni noi siam condannati,
sconfitta è la rivoluzione
fra poco saremo bendati
e messi davanti al plotone
 
Compagno il plotone già avanza,
già cadono il primo e il secondo
finita è la nostra vacanza,
sepolto l'onore del mondo
 
Compagno riponi il fucile
torneranno a cantare le fonti
quel giorno serrate le file
e noi torneremo dai monti
 
Avanti ragazzi di Buda,
avanti ragazzi di Pest
studenti, braccianti e operai,
il sole non sorge più all'Est
 
Avanti ragazzi di Buda
avanti ragazzi di Pest
studenti, braccianti, operai,
il sole non sorge più ad Est.
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martedì, 17 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : commenti, rassegna stampa

Girovagavo come al solito nella blogsfera e mi sono imbattuto in censurarossa da cui ho tratto questa frase:

Ieri il Papa parlando alla Commissione teologica a un certo punto ha detto: “Parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima.
La ‘castità’ a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità”.
Non so se pensasse a Regensburg, ma si è spiegato così bene che non c’è da aggiungere altro, in verità.

Andrea Monda, Roma

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martedì, 17 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, libri, opinioni, commenti, storia, rassegna stampa
Il peso del Pci, il crollo Urss: l’equazione impossibile del comunismo democratico
di Sergio Soave

Tratto da Il Foglio dell'8 ottobre 2005
Adriano Guerra, a lungo corrispondente dell’Unità da Mosca e poi direttore del Centro studi sui paesi dell’est, ha scritto un libro molto interessante su “Comunismi e comunisti”, edizioni Dedalo, che ha come sottotitolo “dalle svolte di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico”. Questo lavoro si aggiunge a una serie di studi sulla vicenda dei comunisti italiani e dei loro rapporti con l’Urss, che tentano di riempire la lacuna lasciata dalla mancata riflessione del Pci e dei suoi dirigenti sulla propria vicenda storica, come ha rimarcato Vittorio Foa.

Il saggio di Guerra ha il pregio, soprattutto nella parte, preponderante, dedicata a Palmiro Togliatti e alle sue relazioni con Josif Stalin e Nikita Krusciov, di descrivere queste relazioni da ambedue i lati. Uno dei difetti che si possono riscontrare in altri studi dedicati allo stesso argomento è che il Pcus è considerato una specie di monolite, privo di articolazioni interne, il che rende il quadro parziale e per qualche aspetto incomprensibile. Assai spesso i comportamenti e le scelte dei dirigenti del Pci sono stati la conseguenza della percezione che avevano del confronto in atto nelle alte sfere del Cremlino. Tutta la storia del Pci, e degli altri partiti comunisti, in questo senso, è legata indissolubilmente alla storia del Pcus. Se ne ha una dimostrazione, per esempio, nella lettera di Togliatti a Kruscev alla vigilia dell’invasione sovietica dell’Ungheria, nella quale il leader del Pci suggeriva un’azione energica contro la deriva “irreversibilmente reazionaria” del governo di Imre Nagy. La lettera si conclude così: “Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito vi sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito… Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento”. Nella prima parte di quel testo Togliatti informava Krusciov che nel Pci esistevano gruppi che “esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito”. L’unità del gruppo dirigente del Pcus era considerata la condizione per mantenere l’unità di quello del Pci e, se per ottenere questo risultato era necessario che Krusciov accettasse le pressioni degli oppositori stalinisti che volevano l’invasione, il prezzo andava pagato.

Guerra fa risalire a questa tragica scelta, quella di appoggiare (e in un certo senso di chiedere) l’intervento dei carri armati a Budapest, la principale “occasione mancata” per la costruzione di quello che chiama un “comunismo democratico”. La tesi è diffusa, ma in sostanza infondata. Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, aveva scritto due articoli di appoggio all’invasione, col titolo “Da una parte della barricata”, mentre Giorgio Amendola aveva espresso in un comizio l’esigenza di dare “il massimo appoggio anche militare ai compagni ungheresi”, per sconfiggere i “controrivoluzionari”. Si tratta dei due leader del Pci che, con prospettive diverse, anzi opposte, avrebbero posto, negli anni successivi, il problema della democrazia interna al partito e della liquidazione della doppiezza sul carattere democratico della via italiana al socialismo. Ambedue, però, allora, parteggiavano per i carri armati, e questo spiega perché in realtà non ci fu mai, nel “campo socialista”, uno spazio reale per il cosiddetto “comunismo democratico”. Questo spazio non si è creato neppure in quei paesi e in quei partiti comunisti che ruppero col Pcus, in modo radicale come quelli yugoslavo, cinese e albanese o, in modo meno traumatico, quello rumeno. La ragione è semplice: spezzare il legame con la madrepatria sovietica esponeva i gruppi dirigenti dei partiti comunisti “eretici” al rischio di rotture interne, provocate o no dall’azione del Pcus, per reagire alle quali scelsero sempre la via della repressione del dissenso, che li portò spesso a competere (e talora a superare, ad esempio, in Cambogia) con i crimini di Stalin. Questo non significa che non ci siano stati leader comunisti che ci abbiano provato, da Nagy in Ungheria ad Alexander Dubcek in Cecoslovacchia, ma la loro sorte è la migliore dimostrazione dell’impossibilità dell’impresa che avevano tentato.

Anche nel Pci, fin dall’inizio, ci furono personalità che, pur diverse, nutrirono una forte convinzione democratica. Si tratta di Antonio Gramsci, di Umberto Terracini e di Giuseppe Di Vittorio. Gramsci, convinto dell’esigenza di unità del movimento comunista internazionale, pose nel 1926 la questione centrale, quella della democrazia interna al Pcus, e si trovò a dover combattere con il realismo di Togliatti. Nella fase più acuta dello scontro tra Stalin e l’opposizione dei “vecchi leninisti” (Trotzky, Kamenev e Zinoviev), Gramsci, pur schierato con la maggioranza staliniana, auspicava che essa “non intenda stravincere nella lotta e sia disposta ad evitare le misure eccessive”. Togliatti, che stava a Mosca, sapeva che per Stalin nessuna misura era eccessiva, e replicò duramente a Gramsci, che in seguito per la sua “dissidenza” fu emarginato dal partito del quale restava formalmente il leader. Anche Terracini subì, in carcere, l’espulsione dal partito per aver criticato il patto Molotov-Ribbentropp, come del resto Di Vittorio, che stava nell’emigrazione parigina e che si vide rifiutare ogni incarico. Gramsci, dopo la morte, fu glorificato e accostato a Togliatti in una diade che scimmiottava quelle di Marx ed Engels e di Lenin e Stalin. Anche Terracini e Di Vittorio ebbero poi ruoli importanti, il primo fu presidente dell’Assemblea costituente, il secondo segretario generale della Cgil, ma non ricoprirono mai incarichi centrali nel partito.

Le ragioni di fondo che hanno reso impraticabile la via del comunismo democratico sono state individuate nella differenza sostanziale tra il movimento comunista e quello socialista, come si è configurato dopo la rottura determinata dalla rivoluzione d’ottobre. Il comunismo è tale, si dice, perché punta a una trasformazione irreversibile della formazione economico-sociale, destinata, nella sua ineluttabilità storica, ad affermarsi in tutto il mondo. Il carattere fondamentale della democrazia, invece, consiste nella possibilità di mutare scelte, di trasformare strutture, secondo la volontà della maggioranza, che può cambiare, e che quindi non può seguire un processo predeterminato. La pretesa del carattere “scientifico” del comunismo, l’affermazione di “leggi” dello sviluppo sociale cogenti, come quelle delle teorie dell’evoluzione naturale, è alla base di questa concezione, per sua natura totalitaria. In realtà un’adesione all’idea della necessità storica è stata alla base anche delle correnti socialiste che ruppero con il leninismo. Gramsci ne era consapevole, quando scrisse, commentando la presa del potere bolscevica, un articolo intitolato “Rivoluzione contro il Capitale”, in cui spiegava che il fatto che la rottura dell’ordine capitalistico fosse avvenuta non nel punto più alto del suo sviluppo, ma nella Russia arretrata, smentiva le previsioni di Marx. Si può dunque pensare che la distinzione tra socialismo democratico e comunismo stia invece nella concezione della forzatura volontaristica della storia. Se le cose stanno così, è giustificato l’uso spregiudicato della teoria al servizio delle scelte politiche e di potere, di cui Stalin fu maestro. Lo strumento per “forzare” la storia è il potere, che non può essere condiviso, se non per brevi periodi di transizione e per ragioni tattiche, con chi non abbia lo stesso intendimento. Se le cose stanno così, ci si può proporre di esaminare la storia del comunismo come storia di un potere, e nel caso dell’Urss di una potenza, che obbedisce a dinamiche proprie. Il terreno principale su cui si è mossa la graduale contestazione della politica sovietica nel Pci, infatti, è stata la critica alla “politica di potenza”, condotta essenzialmente dalla sinistra del partito, spesso in connessione alla politica di un’altra potenza comunista emergente, quella cinese, altrettanto se non più autoritaria di quella russa. Ingrao già all’inizio degli anni 70 considerava l’Urss impantanata in un “binario morto della storia” e gli eretici del Manifesto furono espulsi soprattutto per aver esplicitato, già nel ’68, questa opinione. Con il senno di poi, quelle posizioni possono apparire profetiche, ma un esame più approfondito può dare una sensazione assai diversa.

In realtà la politica di potenza dell’Urss brezneviana arrivò assai vicina alla vittoria mondiale. Dopo la sconfitta in Vietnam, in America tornarono forti tendenze isolazionistiche, che si accentuarono dopo il crollo del regime dei Palhavi in Iran, e contemporaneamente si sviluppò in Europa occidentale una tendenza rinunciataria, una sorta di disponibilità strisciante alla “finlandizzazione” di cui fu espressione l’ostpolitik del cancelliere tedesco Willy Brandt. In Asia, in Europa e in Africa la politica di potenza del Cremlino inanellò successi ed espansioni, proprio nella fase più grigia della burocratizzazione e della sclerosi del potere interno e della dissoluzione dell’attrattiva ideologica. Si può allora proporre un cambiamento di ottica, che porta a considerare l’appoggio all’Urss non come un fatto ideologico, ma come un apprezzamento politico della sua politica di potenza. Il caso di Amendola può aiutare a seguire questo ragionamento. Com’è noto Amendola non condivise la critica, espressa dal Pci, per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Ai suoi amici, che gliene chiedevano stupiti la ragione, spiegò che quelli che si opponevano all’Urss in quella parte del mondo non combattevano per la libertà contro il comunismo, ma contro la secolarizzazione occidentale, di cui l’Urss, ai loro occhi, era l’espressione. Anche questa, col senno di poi, può essere considerata una lettura profetica. Amendola esprimeva l’apprezzamento per la funzione di stabilizzazione esercitata dall’Urss nel contesto del bipolarismo, cioè una considerazione sulla politica di potenza sovietica, anche quando aveva ormai perso ogni illusione sul suo regime interno e non nutriva più speranze sulla sua riformabilità. E’ un fatto che l’Urss è crollata quando è fallita la sua politica di potenza, quando si è dimostrata incapace di reggere la sfida militare e tecnologica lanciata da Ronald Reagan e non è riuscita a imporre il suo ordine in Afghanistan. Non è facile ammetterlo, ma non è stata la carenza di democrazia a determinare il collasso del comunismo, bensì la sconfitta sul piano del potere. Il fatto che gli esponenti del dissenso democratico non abbiano avuto peso determinante né nella fase del crollo né in quella della ricostruzione del potere russo ne è una riprova.

Una lettura meno ideologica delle vicende del comunismo pone problemi sgradevoli anche ai sostenitori della forza ineluttabile della democrazia. Pensare che sia stato il deficit democratico a far crollare l’impero sovietico e a condurre alla trasformazione socialista o all’irrilevanza politica le forze comuniste nei paesi democratici è consolatorio, ma si può dubitare che sia vero. Il fallimento del “comunismo democratico”, illustrato anche da Guerra, che pure ci ha creduto, è un aspetto del fallimento del comunismo, ma è anche un segnale del fatto che la democrazia non ha una “storica” forza intrinseca, ineluttabile e invincibile, e che quindi anch’essa per affermarsi ha bisogno di una politica di potenza. Anche la rilettura della storia dei comunisti italiani, che insiste tanto sulla “diversità” del Pci e trascura le connessioni non ideologiche, ma politiche e di potere, con la madrepatria sovietica, rischia di essere fuorviante e idealistica. I comunisti in Italia hanno contato perché hanno saputo creare un loro sistema di potere e perché erano considerati gli alleati, e per certi aspetti i mandatari, di una grande potenza. Per questo hanno esercitato una funzione tanto rilevante, nel bene e nel male, nella storia del paese. Trascurare questi aspetti fondamentali e fondanti, per inseguire le chimere di una visione tutta ideologica della loro alterità rispetto alle questioni materiali del potere e dell’equilibrio delle forze, può apparire utile sul piano propagandistico, ma non aiuta a capire la realtà di un’esperienza che ha avuto tanto peso nella vicenda italiana e internazionale, e quindi a elaborarne criticamente il superamento.


Adriano Guerra
Comunismi e comunisti.
Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico

Dedalo - 2005 - euro 17,00 - pp. 348

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lunedì, 16 ottobre 2006 ¦ Permalink
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 Riporto fedelmente questo articolo tratto da: http://ppdumb.splinder.com/

FAMIGLIA E FINANZIARIA 2007

Il presidente del consiglio Romano Prodi sostiene che la finanziaria 2007 è dalla parte delle famiglie. Chi però di famiglie se ne intende, come Paola Soave, vice-presidente del Forum delle Associazioni Familiari, non è d’accordo e dice che si tratta di «un grande bluff».
Per prima cosa infatti, si deve considerare che dal sistema delle deduzioni dall’imponibile del costo dei figli, introdotto l’anno scorso dal governo Berlusconi, si è tornati alle detrazioni dall’imposta per i figli a carico.
Ma, mentre le deduzioni erano abbastanza consistenti e valevano per tutti, le detrazioni decrescono al crescere del reddito, già a partire dai redditi molto bassi, fino ad azzerarsi sopra i 35mila euro. E una famiglia con figli e 35mila euro lordi di entrate all’anno non si può certo catalogare tra i “ricchi”.
Anche Luisa Santolini (UDC), ex presidente del Forum delle Associazioni familiari, fa notare che «le detrazioni calano con l'aumentare del reddito, mentre le facilitazioni fiscali per cambiare il frigorifero restano fisse e vengono stanziati solo 50 milioni per i non autosufficienti a fronte dei 560 milioni per la rottamazione dei frigoriferi». Forse che un frigorifero è un investimento più importante di un figlio per la nostra società?
Purtroppo si continuano a confondere le politiche familiari con le politiche assistenziali, aiutando le famiglie in quanto povere e non in quanto famiglie.
Se l’obiettivo era di riconoscere il valore della famiglia e della natalità - al fine di evitare il declino socio/economico/demografico del Paese - ed evidenziarlo come un’urgenza primaria, l’entità delle cifre dedicate a tale finalità e la selettività degli interventi (riservati soprattutto ai redditi più bassi)  lasciano irrisolti i problemi fondamentali.
 
Ma non è tutto. In un articolo apparso su Avvenire del 10 ottobre scorso, Pier Luigi Fornari confronta le «aliquote medie di imposizione (il rapporto tra l'imposta totale e il reddito) », giungendo alla conclusione che «la nuova Irpef conferma ampiamente l'opzione preferenziale del nostro sistema fiscale per i single».
Questi calcoli considerano anche il fatto che «il passaggio dalle detrazioni alla deduzioni per i figli ha prodotto comunque un aumento del lordo imponibile, e quindi del prelievo addizionale da parte dell'ente locale». Quindi, anche risparmiando qualcosa sull'imposta principale rispetto al 2006, ci sarà un aumento della addizionale Irpef già dai redditi bassi. Inoltre, gli enti locali potranno ritoccare le aliquote delle addizionali - che erano invece state bloccate dal precedente governo - senza curarsi del numero di persone a carico del contribuente.
«Nel complesso, dunque, il confronto tra l'ordinamento finora vigente e il combinato disposto di aumento delle aliquote e detrazioni avvantaggia solo chi ha redditi molto bassi. Diventa, invece, stabilmente uno svantaggio a partire da 35mila euro per chi ha una moglie ed un figlio a carico che arretra di 278 euro, e di 395 se i figli sono due. »
Il Sole24Ore sostiene addirittura che «per i lavoratori con familiari a carico aumenta la tassazione Irpef già con un reddito di 30mila euro». La tabella collegata all’articolo citato (vedi: “Come cambia il prelievo”) rende bene l’idea...
 
Queste contraddizioni, secondo il governo, dovrebbero essere risolte dalla riforma dell'assegno per il nucleo familiare (Anf). Ma anche qui non mancano i dubbi: «In primo luogo l'aumento dell'assegno (basato sul reddito familiare) non è direttamente cumulabile all'effetto Irpef (basato sul reddito individuale).»
Inoltre non è ancora ben chiaro chi ne beneficerà in maniera significativa, anche per l’estrema complessità del sistema (ci sono circa 1.400 tipologie). Inizialmente gli Anf erano limitati ai redditi molto bassi e anche con l’estensione annunciata, per i redditi sopra i 40mila euro lordi resteranno le briciole.
E c’è un problema ancora più serio: «la Finanziaria parla solo dell'assegno al nucleo familiare, cioè di una erogazione che riguarda solo i lavoratori dipendenti e i pensionati, escludendo autonomi e le nuove forme di flessibilità […] e ciò non è certo un incoraggiamento alla formazione di nuove famiglie.»
 
Tra l’altro la Corte dei Conti ha rilevato che l’impianto di questa finanziaria è «affidato in misura preponderante a interventi di aumento del prelievo fiscale e, solo limitatamente, a correzioni della spesa». Questo avrà due conseguenze: deprimere la crescita economica e aumentare la spesa pubblica.
Ed a pagare saranno i soliti noti... Siamo sicuri che valga la pena correre questi rischi per togliere 1000 euro a uno e distribuirne 10 ad altri 100? Molto più sensato sarebbe tagliare gli sprechi del settore pubblico e incentivare la ripresa aumentando gli investimenti in ricerca e sviluppo, e riducendo le tasse (con conseguente diminuzione dell’evasione e aumento del gettito fiscale).

Il Forum delle Associazioni Famigliari critica anche il fatto che manca «un minimo riconoscimento del ruolo della madre di famiglia casalinga, equiparato ad un qualsiasi coniuge a carico senza figli, ruolo che invece veniva tenuto in conto dalla deduzione familiare del 2005.»
Aggiungiamoci la revisione degli estimi catastali da parte dei comuni (aumento dell’Ici) e dulcis in fundo la riduzione dei fondi per le scuole paritarie che limita la libertà di scelta educativa delle famiglie.
 

Più che centrare la finanziaria sulla famiglia… hanno centrato la famiglia: colpita e affondata!

Editoriale a cura di: Alef, Gino, SECOLO XX e dintorni, Sguardo Leale.

 

SAMIZDATONLINE

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lunedì, 16 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, esteri, rassegna stampa

Autodifesa preventiva
Le regole d’ingaggio Unifil non sono affatto lassiste. Il lassismo è politico

Il quotidiano spagnolo El Pais rivela, in concomitanza con la visita in Libano di José Luis Rodríguez Zapatero, aspetti particolarmente interessanti delle regole d’ingaggio dei Caschi blu. Per la prima volta l’Onu autorizza “l’autodifesa preventiva”, cioè l’attacco contro forze dalle quali ci si attende una possibile aggressione. Un altro articolo consente l’uso di “forza letale” per impedire o eliminare attività ostili “compreso il traffico illegale di armi, munizioni e esplosivi”. Questo significa che non esistono limiti all’impiego della forza, se non quello di cercare di evitare “danni collaterali”. Il termine “autodifesa preventiva” ha un senso ancora più forte di quello di “difesa attiva” che, ai tempi della guerra del Kosovo, Massimo D’Alema considerò potesse estendersi fino ai bombardamenti su Belgrado. Si tratta di regole necessariamente robuste, che consentono ai comandanti sul terreno di agire in modo tempestivo per salvaguardare la sicurezza delle truppe e per realizzare il mandato, che è quello di riconsegnare il sud del Libano al controllo dell’esercito regolare sottraendolo agli Hezbollah. Questo significa che se invece il contingente continuerà a farsi passare sotto il naso i convogli di armi destinati a riarmare i terroristi dipende da decisioni politiche superiori. Si spiega così l’ambiguità di Romano Prodi, che dopo aver dipinto ai suoi alleati di estrema sinistra la missione come esclusivamente pacifica, ora si vanta di non aver incontrato ministri Hezbollah a Beirut, ricevendo in cambio le prime minacce, contenute in un comunicato diffuso in Palestina dagli Hezbollah in cui i militari italiani sono definiti “artiglio dell’offensiva israeliana”.

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venerdì, 13 ottobre 2006 ¦ Permalink
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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti, rassegna stampa
Ecco un bellissimo spunto per riflettere scritto da Wallace73 sul blog Non praevalebunt:
Della Finanziaria 2007 ciò che più colpisce è il carico ideologico che essa esprime. Leggendo i vari provvedimenti l’impressione che se ne trae è che con essa, più che un orientamento economico, si sia voluto imporre un certo modello di società. In un quadro di generale impoverimento, infatti, si è preferito colpire la parte più dinamica e produttiva del paese, quella per intenderci che produce e diffonde la propria ricchezza anche alle classi più disagiate, tutto a vantaggio di politiche di redistribuzione parassitaria delle risorse che finiranno per premiare i soliti noti.
Non è difficile prevedere che i provvedimenti contenuti nella manovra economica, più che avvantaggiare, finiranno per colpire pesantemente proprio coloro che invece si vorrebbe aiutare. Prova ne è, come ha scritto il prof. Luca Ricolfi in uno dei suoi ultimi interventi pubblicati su “La Stampa”, che la “più volte reclamizzata riforma dell'Irpef, presentata come grande operazione di solidarietà, equità, giustizia sociale (con relativa invocazione: che «i ricchi piangano»...), è poco più di un'operazione propagandistica, che sottovaluta intelligenza e capacità di discernimento dei cittadini. Mediamente la riforma Irpef toglie meno di 100 euro al mese ai contribuenti sopra i 2500 euro netti, per darne meno di 10 al mese a quelli che sono sotto i 2500. Le risorse così trasferite da un gruppo all'altro ammontano, più o meno, a 0,2 punti di Pil, e finiscono per essere sommerse dagli innumerevoli e ben più tangibili aumenti della pressione fiscale su famiglie e imprese, sia a livello centrale sia a livello locale (addizionali Irap-Irpef-Ici, tasse di scopo)”.
Se così è allora vien da chiedersi: a quali poveri si riferiscono gli estensori della legge Finanziaria quando illustrano i provvedimenti in essa contenuti, visto che la scure ideologica di questo governo si abbatte senza pietà anche su di loro e non risparmia nessuno?
Non risparmia nemmeno la Chiesa la quale, con un giochetto da maestri, si è vista aumentare ed estendere il pagamento dell’Ici per tutti i beni immobili da essa posseduti e, quindi, anche per quelli in cui, come asili, scuole, ospizi, orfanotrofi, oratori e case famiglia, si svolgono servizi indispensabili che il settore pubblico non è in grado di erogare e che la Chiesa invece svolge con pochi mezzi e grande impegno.
Sin qui niente di strano, o perlomeno c’è poco da stupirsi in quanto le prime avvisaglie di ciò che sarebbe accaduto, se a vincere le elezioni fosse stata l’Unione, si ebbero già nell’ottobre del 2005 allor quando la sinistra protestò vivacemente per la scelta del governo Berlusconi di estendere le agevolazioni previste per l’Ici a tutti gli immobili posseduti dalla Chiesa.
Ovviamente è del tutto legittimo ritenere la Chiesa foriera di privilegi e quindi farla pagare l’Ici per intero, ma questo all’opinione pubblica lo si deve dire in modo chiaro e trasparente e soprattutto senza ricorrere a beceri sotterfugi o a trucchi da quattro soldi quale è il combinato disposto tra il Decreto Bersani approvato in luglio, che prevede l'esenzione dell'Ici solo per quelle “attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale", e il comma 6 dell’art. 5, contenuto nel Decreto Legge collegato alla Finanziaria recante "Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria", con il quale si obbliga a rivalutare “nella misura del 40 per cento le rendite catastali dei fabbricati classificati nel gruppo catastale B”.
Se proprio non si vuole che ad erogare servizi rivolti alla persona siano soggetti diversi dallo Stato, e in particolare la Chiesa cattolica, lo si deve dire senza giri di parole, anche perché è giusto che la gente sappia, ad esempio, che una simile scelta ideologica non solo peggiorerà la qualità dei servizi offerti, ma aumenterà, e notevolmente, i costi per l’intera società.
Capiamo le preoccupazioni di Romano, ma ormai al di là del Tevere hanno capito cos’è che più gli sta a cuore e non è certo né il bene comune, né la sua fede adulta.
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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : opinioni, commenti, famiglia, rassegna stampa, donna, ru486
Al direttore - Aprendo l’ennesimo pacchetto di sigarette, l’occhio è caduto sulla solita scritta malaugurante. Stavolta c’era scritto: “Fumare in gravidanza fa male al bambino”. Mi sono accorto che in quel testo sta scritto “bambino” e non feto o uno qualunque di quegli ignobili nomignoli che servono a negare l’esistenza di un bambino. Il fumo fa male al bambino. Ma tutto il resto, compreso estirparlo con un aspirapolvere fa bene? O hanno scritto “la cannula aspiratrice fa male al bambino” anche sugli attrezzi che si usano per far abortire?
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lunedì, 09 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, commenti, rassegna stampa

L’effetto depressivo sull’economia causato da Finanziaria e costo del denaro

L’aumento del tasso di interesse da parte della Banca centrale europea dal tre al 3,25 è stato motivato con la preoccupazione per l’inflazione. Si tratta di un timore probabilmente fondato per altre parti dell’Unione, ma non per l’Italia ove non si registrano, al momento, tensioni inflazionistiche. Il prezzo del petrolio è sui 60 dollari, contro gli oltre 75 di qualche tempo fa e anche questo fattore concorre a ridurre le pressioni inflazionistiche. L’effetto favorevole – maggiore per l’Italia che per l’energia dipende dal petrolio più degli altri paesi dell’Unione – si esplica in tutta Europa. Ma la Bce non vuole avere un tasso troppo basso rispetto a quello della Federal Reserve, perché non vuole indebolire l’euro e facilitare gli acquisti di proprietà europee da parte di soggetti dell’area del dollaro, del rublo o delle monete asiatiche. Così stando le cose non resta che domandarsi quali siano gli effetti per l’Italia di questa mossa. Essi non sono importanti per il costo del nostro debito. Infatti quello in essere è per tre quarti a lungo termine e non è influenzato da questa manovra neppure per la quota in scadenza, in quanto il tasso a lungo termine già incorporava gli ultimi rialzi. Il debito pubblico a breve subisce un rincaro di un quarto di punto che riguarda forse 300 miliardi di euro fra titoli in scadenza e debito nuovo. Sicché il costo aggiuntivo è di 750 milioni, fra stato ed enti locali. Il problema vero riguarda l’economia, a cui la manovra della Bce del resto è esplicitamente diretta. Il costo del denaro per le imprese aumenterà di più di un quarto di punto, in quanto dai tassi della Banca centrale a quelli con cui le banche si approvigionano sul mercato fino a quelli con cui prestano ai clienti, vi è un divario crescente. Il quarto di punto della Bce per chi si fa dare denaro dalle banche o dal mercato finanziario potrà diventare mezzo punto. E ciò si aggiunge all’aumento di pressione fiscale che la legge finanziaria sta per esercitare sull’economia che è forse un punto e mezzo di pil (essendo le maggiori entrate nette statali, previdenziali e locali circa 22 miliardi, di cui cinque previdenziali, quattro locali e 13 statali) La combinazione rischia di generare un importante effetto depressivo.

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venerdì, 06 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, cronaca

E' allarme Tav in Piemonte, ma questa volta a lanciarlo sono i sostenitori della stessa alta velocità. "Non possiamo certo dire di aver assistito a un attivismo sfrenato per sbloccare lo stallo della Torino-Lione - ha detto il presidetne della Regione, Mercedes Bresso - I potenziali percorsi alternativi aumentano. Noi parliamo, i concorrenti si moltiplicano e si mobilitano. Adesso è scesa in campo la Svizzera".

 

Il progetto alternativo è quello delle ferrovie elvetiche e adesso toccherà all'Italia convncere i francesi che il loro non è meglio del nostro. Il disegno svizzero prevede il collegamento ad alta velocità tra la galleria del Leutschberg, Ginevra e Lione. Dal tunnel si va a nord dove la linea intercetterebbe la Parigi-Strasburgo-Vienna-Budapest. La progettazione è in fase avanzata e per renderla operativa manca solo l'intesa con la Francia.

"C'è il rischio concreto che il Piemonte venga tagliato fuori - ha ribadito le sue preoccupazioni Bresso - e che ci sia il blocco delle merci italiane visto che si dovrà per forza passare dal Sempione, un tunnel che i nostri carri merci non potrebbero percorrere".

A questo punto tocca al governo scendere in campo. Al più presto. "Pur nelle evidenti difficoltà finanziarie, per questo governo la Torin o-Lione è la priorità delle priorità", ha rassicurato tutti il sossosegretario alla presidenza,  Enrico Letta. Quanto ai tempi, entro la primavera 2007 dovrà essere effettuata la valutazione d'impatto ambientale.

Parigi per ora resta alla finestra, anche se chiede che i tempi vengano accelerati.

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mercoledì, 04 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, intrattenimento
Ora che il tuo governo ha mandato i soldati in Libano, ora che sta per tagliarti le pensioni, ora che ti obbligherà a pagare con assegni, ora che ha liberato ladri, assassini e truffatori, ora che stabilirà per legge il periodo delle tue ferie, ora che aumenterà le tasse, toglierà fondi ai comuni... Ammettilo: inizi a sentirti un po' coglione? E pensare che qualcuno ti aveva avvertito.
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mercoledì, 04 ottobre 2006 ¦ Permalink
categoria : politica, opinioni, commenti
In campagna elettorale er mortadella ci aveva fatto un sacco di promesse, tra cui ricordiamo tutti quella di non aumentare le tasse. E invece eccoci qui, ci ha tirato subito una bastonata, anche se sarebbe più corretto dire che ha letteralmente rapinato gli italiani con una finanziaria che pensa solo ad aumentare le imposte invece di tagliare gli sprechi.
però il professore e il suo governo ora ci fanno l'ennesima promessa: tra due anni ci restituiranno i soldi che ci prendono adesso.
eh già, perchè siamo tutti così fessi da crederci. E' un po' come la balla sulla tassa di successione, che la pagheranno solo i ricchi, quelli che lasciano patrimoni di milioni di euri. Professore, racconti la verità, ci dica che ha reintrodotto la tassa di successione, cambiandogli però il nome, mettendo imposte anche sulla prima casa!!!
Professore, non capisco perchè c'è tutta questa necessità di mentire.
Forse perchè dicendo tutta la verità non avrebbe mai vinto le elezioni!?!
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