L’ultima campagna
Se perdesse il Cav., i vincitori minacciano d’impedire la rivincita. Normale?
Apriamo oggi la prima pagina del Foglio indagando intorno a un tema di libertà che sta sotto la pelle di queste elezioni politiche ma è circondato da qualche comprensibile pudore su entrambi i fronti. Per Berlusconi, il presidente del Consiglio uscente, potrebbe essere l’ultima campagna elettorale perché i vincitori, nel caso egli uscisse sconfitto dalle urne, annunciano che, per legge, gli impedirebbero di sopravvivere e cercare la rivalsa. C’è dunque una grave dissimmetria nella posizione dei due schieramenti: se vincesse il Cav., l’opposizione può cercare la rivincita, l’alternanza, in tutta tranquillità, salvaguardando la propria identità piena; se il Cav. invece perdesse, una legge ad personam varata dalla nuova maggioranza gli precluderebbe di restare quel che è, un imprenditore che fa politica o un leader dell’antipolitica, come preferite. L’annuncio ormai chiaro, benché pudico e circospetto, è venuto da Massimo D’Alema, e non a caso. D’Alema nel ’96 diede il segnale esattamente opposto: andò a visitare lo studio Fininvest di Stranamore, incontrò Fedele Confalonieri, disse che Mediaset era una risorsa nazionale, legittimò il retroterra imprenditoriale del candidato della parte opposta. Vinte le elezioni, fece la Bicamerale e non fece la legge sul conflitto di interessi, quella draconiana, quella che impone di vendere o perire come soggetto politico all’imprenditore che è entrato in lizza (anzi, nell’imbarazzo, l’Ulivo preferì non portare a termine alcuna legge). Perse le elezioni, l’Ulivo fu investito dalla grande ondata giacobina e apocalittica, che chiedeva conto della mancata ghigliottina. E dunque ora ha cambiato linea, e promette o minaccia un provvedimento che, magari con il consenso di Fini e Casini, eliminerebbe dalla scena il competitore. Si dirà: ma Berlusconi può comunque restare in politica e cercare la rivincita, basta che venda le sue aziende e affidi il suo patrimonio a un blind trust. Ma questo è un sofisma, perché Berlusconi esiste e vive da tredici anni nella politica italiana in quanto è l’imprenditore che fa politica tutelato dalla legge e dalla Costituzione che consente espressamente l’accesso alle cariche a tutti i cittadini che godono dei diritti politici, il che non ha impedito affatto all’Ulivo di vincere nel ’96, non ha comportato l’instaurazione di alcun regime. Se l’Ulivo vincesse le elezioni avremmo la seconda dimostrazione che B., invece di essere una anomalia e un Caimano che fonda un regime, è un leader democratico-liberale con un anomalo conflitto di interessi che può e deve essere normato con leggi come la par condicio e con la legge sul conflitto attualmente in vigore. Promettere che si andrà più in là, che verrà eliminato dalla scena, verrà distrutto nella sua identità e soggettività il fondatore di un partito che sta tra il venti e il trenta per cento dei voti, uno che ha fatto due volte il presidente del Consiglio, la seconda volta stabilmente e continuativamente per cinque anni, un leader non professionale della nostra democrazia che rappresenta, in quanto imprenditore, un pezzo della società civile, è promettere un mutamento illiberale di regime. Sarebbe una legge oligarchica mascherata da sanatoria del rischio populismo. Vogliamo discuterne?
Indubbiamente l'argomento PACS è entrato a far parte del panorama politico, soprattutto è sponsorizzato da una parte politica, che evita di parlarne per convenienza elettorale.
Di fatto ho sempre pensato che la questione delle coppie di fatto fosse un semplice specchietto per le allodole, una scusa per non dire apertamente che si vuole regolarizzare le unioni omosessuali. In una discussione AnnaV ha proposto la lettura di un articolo che io mi sento di proporre a tutti. L'articolo tratta la questione in modo serio ed organico, è per questo che vi invito ad arrivare fino in fondo, anche se non condividete quanto detto. Spero che ne nasca un dialogo onesto e costruttivo.
PACS: un falso problema
"Riconoscere le convivenze? Le scorciatoie delle provocazioni": ospitiamo questo interessante studio di Francesco D'Agostino, Presidente dell'Unione Giuristi cattolici Italiani
Riconoscere le convivenze? Riconoscerle per legge (introducendo nel nostro codice - in analogia con quanto è avvenuto in Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il patto civile di solidarietà)? Riconoscerle, indipendentemente dal fatto che i partner siano di sesso diverso o dello stesso sesso? Ammetterle all'adozione? Queste, ed altre domande, stanno crescendo nell'opinione pubblica italiana e diventeranno, con ogni probabilità, questioni non marginali nella prossima campagna elettorale. Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre l'accettazione psicologico-sociale dell'"evento", ne percepiamo ormai molte. Alcuni Comuni italiani hanno già istituito pubblici registri per le coppie di conviventi (si è però prestata ben poca attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza giuridica di simili registri, le conseguenti registrazioni sono state numericamente irrisorie). A Roma, uno dei Municipi della capitale ha tentato (ma per ora il progetto è fallito) di fare lo stesso. Ma soprattutto è sul piano delle provocazioni che sembra che il dibattito si stia collocando: è tipica la convocazione, in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per "benedire laicamente" le unioni di fatto di personaggi, più o meno mediaticamente conosciuti, da parte di altri personaggi dotati di un carisma fornito loro dalla carica istituzionale di cui sono portatori (come può essere quello di cui gode un altissimo magistrato, che ha posto deplorevolmente tale carisma al servizio di una causa che non è istituzionalmente sua).
In una società democratica la battaglia delle idee non può che essere sempre benvenuta, perché della società democratica il dibattito e il confronto costituiscono l'essenza più preziosa. A condizione, però, che di dibattito e di confronto davvero si tratti. Quando invece al posto delle idee fioccano gli slogan; quando il ragionamento, soprattutto il ragionamento lucido e pacato, viene sostituito da cortei e da invettive; quando si operano assurdi corto-circuiti, appiattendo uno sull'altro clericalismo e difesa del matrimonio e chiamando a raccolta gli anticlericali, come se la lotta a favore del PACS sia una lotta per i diritti civili, oppressi dall'oscurantismo religioso, della democrazia e del suo spirito più autentico non ne rimane più nemmeno l'ombra. Siamo ancora in attesa di un argomento, di un solo argomento consistente, a favore del riconoscimento legale dei PACS. Un breve ragionamento, assolutamente laico, potrà convincerci di quanto appena detto.
Le coppie di fatto si dividono in due categorie: quelle che non vogliono e quelle che non possono sposarsi. Delle prime, ragionando in linea di stretto principio, non solo è opportuno, ma è doveroso che il diritto non si occupi: l'intenzione dei conviventi (apprezzabile o meno che sia sul piano strettamente morale) è proprio quella - pur potendolo fare - di non legarsi giuridicamente e non si vede proprio perché la legge dovrebbe far loro la "violenza" di considerarle comunque legate, sia pure attraverso un labile PACS, contro la loro volontà. Si osserva: ma queste coppie escludono solo il matrimonio "tradizionale", non altre forme di riconoscimento giuridico; se chiedono l'istituzione del PACS è proprio perché vorrebbero usufruire di alcuni diritti (in genere di carattere economico), che non sono attualmente riconosciuti se non alle coppie sposate. Ma la ragione per la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse non hanno l'intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell'istituto matrimoniale. Non si può, in buona sostanza, non valutare se non come parassitaria e quindi indebita l'intenzione di coloro che pretendono un riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere diritti senza doveri. Peraltro, i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre nel codice nuovi istituti. Il testamento, ad es., esiste proprio per far sì che si possa trasmettere il proprio patrimonio a chi non avendo vincoli legali e/o familiari col testatore sarebbe escluso dalla successione legittima. La locazione della casa di comune residenza può essere stipulata congiuntamente dai due partner, in modo tale che al momento della morte dell'uno essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire a carico dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi vengano negati specifici diritti civili: la differenza rispetto al matrimonio sta semplicemente qui, che quei diritti che la legge riconosce automaticamente alla coppia che contrae matrimonio (assieme a corrispondente numero di doveri) nel caso delle convivenze devono essere, per dir così, attivati dai conviventi stessi. Il che, oltre tutto, è particolarmente coerente col principio, tipicamente moderno, dell'autonomia della persona, un principio che viene costantemente rivendicato ed elogiato dalla cultura c.d. "laica" e che non si vede perché, solo nel caso delle convivenze, debba essere messo da parte.
Le coppie che non possono sposarsi si dividono a loro volta in due sotto-categorie. La prima è composta da coloro che non possono ancora sposarsi per impedimenti transitori di tipo in genere legale (ad es. per la minore età o perché uno dei partner è in attesa del divorzio, ecc.). Per queste coppie l'offerta del PACS è senza senso: la stessa difficoltà, destinata a risolversi comunque da sola, che preclude loro le nozze precluderebbe loro anche il PACS. La seconda sotto-categoria è composta invece da quelle coppie che vorrebbero sì sposarsi, ma ritengono di non poterlo fare, per difficoltà economiche, e rimandano quindi, a volte sine die, il matrimonio. L'autentico modo di venire incontro ai bisogni sociali di queste coppie non è certo quello di offrire loro un "piccolo matrimonio" (secondo l'incisiva e ironica definizione del Card. Ruini), come è appunto il PACS, che non risolverebbe alcuna delle difficoltà in questione, ma quello di attivare quelle iniziative sociali a favore della famiglia, che oltre tutto sarebbero doverose già in base al dettato della nostra Costituzione.
Cosa resta dunque delle istanze sociali, che giustificherebbero l'introduzione in Italia del PACS? Sembra nulla di nulla. A meno che non si voglia vedere dietro la richiesta del PACS una richiesta profondamente diversa, quella di una prima forma di riconoscimento legale delle coppie omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio tout court del matrimonio omosessuale. Che le cose stiano proprio così è fuor di dubbio, per le esplicite dichiarazioni fatte dai principali rappresentanti del movimento degli omosessuali e dai loro simpatizzanti.
L'onestà intellettuale vorrebbe allora che di questo e solo di questo si parlasse: se cioè abbia una sua coerenza giuridica l'allargare l'istituto matrimoniale alle coppie omosessuali. Ma di fatto questo discorso viene sistematicamente eluso (pur venendo continuamente, ma indirettamente richiamato), perché nessuno è in grado di dare argomenti consistenti per dimostrare la necessità di alterare in modo così plateale e radicale quella struttura eterosessuale del matrimonio, che appartiene a tutte le culture e a tutta la storia da noi conosciuta.
È noto che ciò a cui aspirano le coppie omosessuali (peraltro nemmeno tutte, anzi solo una piccola parte di esse) è, prima ancora che il riconoscimento di diritti economici e sociali, un riconoscimento simbolico del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire riconoscimenti simbolici, bensì per dare risposte pubbliche ad esigenze sociali, che superano la mera dimensione privata dell'esistenza. Perché ad es. il diritto dà un riconoscimento pubblico al matrimonio e non all'amicizia? Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può essere in alcuni casi esistenzialmente ancora più significativo di quello coniugale, non ha rilievo sociale, ma esclusivamente personale. Il matrimonio invece, fondando la famiglia, e garantendo l'ordine delle generazioni, ha un rilievo sociale del tutto caratteristico, che ne giustifica la giuridicizzazione.
La coppia omosessuale non crea famiglia: lo impedisce la sua costitutiva sterilità. Come superare questa difficoltà, se non potenziando il carattere mimetico della coppia omosessuale rispetto a quella eterosessuale? Di qui, la pretesa, confusa, ma dotata di una certa qual coerenza, di ammettere le coppie omosessuali (e in specie quelle "sposate") all'adozione. Poco importa che la psicologia dell'età evolutiva insista nel sottolineare quanto sia rilevante l'esigenza per i bambini di possedere una doppia figura genitoriale, maschile e femminile: di fronte all'ideologia, anche le argomentazioni della scienza vengono messe da parte.
Siamo tutti testimoni che si è aperta una partita decisiva, inimmaginabile fino a qualche decennio fa, che ha per oggetto la famiglia e attraverso la famiglia la stessa identità umana. La famiglia chiede di essere difesa; ma per difenderla non c'è bisogno di argomenti teologici o religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela e promuove è innanzi tutto il bene umano. Chi ritiene che sia giunto il tempo per ripensare in modo assolutamente radicale la realtà della famiglia ha l'onere di provare fino in fondo le sue tesi eversive e di non darle per evidenti; ha il dovere di entrare in un dialogo serrato con chi è di diverso avviso; e soprattutto deve saper e voler rinunciare alle scorciatoie delle provocazioni e delle manifestazioni di piazza, che ben poco aiuto possono dare al confronto e al progresso delle idee. Sarebbe preoccupante se nell'Italia di oggi non ci fosse più uno spazio per un tale stile dialogico.
Vi propongo questo articolo scritto da Harry, si torna a parlare di fatti di una settimana fa ma l'articolo centra in pieno il punto.
Una decisione fascista (o comunista)
Negare la piazza alla Fiamma Tricolore perché altrimenti i drogati dei centri sociali e i no global dell’Unione incendiano i negozi è una resa alla violenza e, allo stesso tempo, una decisione antidemocratica. La scelta del sindaco di Bologna Sergio Cofferati è sbagliata per mille ragioni. Anzitutto, se la Fiamma Tricolore è un partito che si presenta regolarmente alle elezioni non può essere discriminata: alla pari degli altri partiti dovrebbe avere lo stesso diritto di fare comizi e pubblicità elettorale. Se al contrario si ritiene che sia un partito anticostituzionale, esistono leggi che ne consentono lo scioglimento. Nessuno mai, nemmeno l’Ulivo, che anzi ha aiutato l’estrema destra a raccogliere le firme sia alle politiche del 1996 sia alle scorse regionali ritenendola degna di presentarsi alle elezioni, ha mai chiesto l’applicazione di leggi che potessero decidere lo scioglimento del partito. Quindi non esiste nessuna motivazione formale a sostegno della tesi di Cofferati, e non è compito di un sindaco decidere della legittimità di un partito. Se Cofferati ritiene che la Fiamma Tricolore sia anticostituzionale faccia ricorso alla magistratura, altrimenti accetti il diritto di un partito di accedere agli strumenti di pubblicità elettorale.
Mi sento di sottoscrivere e proporre questo volantino sulle prossime elezioni, chiedendo a tutti quanti si riconoscano in quanto detto di proporpolro anche sui loro blog.
elezioni politiche 2006
L’Italia alla prova Il voto del 9 e 10 aprile porterà più o meno libertà per tutti? Sulla vita, la Rosa nel pugno e altri esponenti della sinistra preannunciano leggi a favore dell’eutanasia, insieme a scelte più permissive nei confronti dell’aborto e della sperimentazione sugli embrioni, senza alcun rispetto per la dignità dell’uomo e della volontà popolare. Sulla famiglia, una legislazione a favore di pacs e coppie di fatto tra persone dello stesso sesso rischia di snaturare il concetto stesso di famiglia e il suo valore civile. Sulla scuola, si preannuncia un rilancio della burocrazia statalista nella scuola e nell’università e un arresto della pur precaria parità tra scuola statale e non statale. Sull’economia, col pretesto della crisi, al di là delle dichiarazioni di facciata, nel programma si prefigura un rilancio dello statalismo più rigido, il ridimensionamento se non l’abolizione della legge Biagi, la promessa di privilegi a gruppi sindacali e ad imprese incapaci di competizione internazionale, un rilancio delle partecipazioni statali, oggi divenute regionali o comunali. Si demonizza o si ignora la piccola e media impresa, il credito a servizio della gente. Dando ascolto a egoismi locali, si bloccheranno o si ritarderanno grandi opere necessarie per mantenere l’Italia legata al resto dell’Europa e per lo sviluppo. L’ambiguità sulla Tav ne è un esempio eloquente. Sulla politica internazionale, per garantirsi il consenso della sinistra estrema non si emargina con chiarezza chi esalta il terrorismo fondamentalista e fomenta un odio di principio contro Stati Uniti e Israele. In tema di immigrazione, con grave irresponsabilità si predica un’apertura indiscriminata senza chiedersi che ne sarà di chi entra in Italia.
<<Non uno stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno stato chegenerosamente riconosca e sostenga, nella linea dei principi di sussiediarità, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto.>> (Benedetto XVI, Desus caritas est). Certo, l’attuale governo non ha raggiunto tutti i risultati che si prefiggeva. Né mancano i conflitti di interesse. Tuttavia una cosa è certa: l’azione del centrodestra non ha l’intenzione di bloccare la libertà e la responsabilità dei singoli, la ripresa della piccola e media impresa e il riorganizzarsi della società dal basso per rispondere ai propri bisogni. L’attuale maggioranza, se non favorisce, tuttavia non penalizza - almeno sul piano del principio - il rilancio di un’educazione da parte di gruppi e settori sociali che credono nel valore della persona e che scommettono sulla sua libertà. La riforma del mercato del lavoro, le politiche per i distretti, la legge sull’impresa sociale, il "più dai meno versi" e il cinque per mille per non profit e ricerca sono segnali di una giusta direzione. La prospettiva di un rinnovato sviluppo e di una reale solidarietà sta nella capacità dei cittadini italiani di riprendere vigore e forza ideale, ridando vita a una tradizione in cui la persona e le realtà associative siano protagoniste. Voteremo centrodestra. Un voto per difendere la libertà di tutti: delle persone, delle realtà educative e sociali, delle imprese. E della Chiesa, quella «entità etnica sui generis» che difende il valore della vita umana, educa alla carità e sostiene la speranza del futuro.
Al voto per difendere la libertà.
Nello schieramento di centrosinistra prevalgono correnti radicali e massimaliste che mettono a tacere le posizioni moderate, che pur ci sono. Infatti:
Si sente dire più o meno ovunque che le immagini di Vicenza siano state manipolate per cancellare i fischi e per aumentare gli applausi. Tutte le immagini che ho visto io non presentavano manipolazioni: quelle di studio aperto sono le stesse del corriere, giornale che pubblicamente si è schierato a sinistra e che non ha nessuno intenzione di fare favori al professore. Lo sciopero dei giornali cadeva a pennello per negare visibilità all'intervento di Berlusconi. Ritornano i giornali e ci tocca leggere cose vergognose. Qualcuno sostiene che gli applausi arrivassero tutti da una calque portata appositamente da Berlusconi: si parla infanti di 250 accreditati all'ultimo momento che sono effettivamente sospetti. Eppure c'erano più di 4000 al convegno di Vicenza e gli applausi dei 250 sarebbero stati sommersi dai fischi della platea.
Una politica denigratoria e di falsità che non è a mio parere giustificabile: l'unione ha praticamente vinto le elezioni, non capisco che bisogno ci sia di mentire, di raccontare mnzogne, di fare disinformzione. Berlusconi a Vicenza si è preso gli applausi dai 4000 e dai 250 della claque, i fischi sono stati tutti per Della Valle. le immagini (quelle del corriere) palano chiaro, non lasciano dubbi. Il vero dubbio è questo: perchè Berlusconi non è stato così energico durante tuta la campagna elettorale? Se fosse stato così, probabilmente sarebbe riuscito a vincere.
Comunqe torniamo alla campagna delle menzogne, che sono evidente e prive di fondamento, perchè non c'è un immagine che diostri queste affermazioni. Eppure suona strano, la campagna della stampa pro-unione si è dimenticata di citare l'unica manipolazione di immagini riguarda al convegno di confindustria, che non riguarda però Berlusconi, ma l'intervento del giorno prima: infatti rai uno ha manipolato le immagini per fare contento il professore. sembra una cosa assurda ma è tutto documentato in un bellissimo filmato.
Ecco qui i tarocchi del TG1.
Vi segnalo questo interessante articolo scritto su L'Ineffabile WeBlog. Il caso annunziata era solo un dettaglio di un quadro ben più ampio che riguarda la televisione di stato e in particolar modo Rai 3.
Avevo sempre considerato il TG4 un telegiornale comico, sia per certi servizi su Berlusconi, nettamente di parte, sia per le facce di Fede quando propone un servizio su Prodi, sia per altre cose che chi ha visto qualche volta il telegiornale suddetto conosce perfettamente.
Ultimamente mi ero meravigliato sulla posizione obiettiva, a mio parere, che aveva preso per la questione Annunziata o per il faccia a faccia Berlusconi Prodi ed altri servizi.
Oggi sono costretto a rivalutare in pieno il TG4 e il suo direttore Emilio Fede.
http://www.gemublogs.altervista.org/b2evolution/blogs/htsrv/trackback.php?tb_id=345
Silvio: ti vigliamo così!
Perchè non ti abbiamo visto così al faccia a faccia in TV?
Il disfattismo della sinistra svanisce davanti agli applausi di confindustria! L'economia per Prodi va male, ma non sembra che gli indistriali italiani ne siano d'accordo! Gli applausi e i cori di confindustria parlano di più di mille slogan e di mille discorsi dell'Unione!
Appena trovo un video con le parole di Della valle, sarà mia premura inserirlo, non per par condicio, ma per correttezza di informazione!
Secondo voi è un caso o una manovra subdolamente e genialmente architettata?
dite la vostra!
La cultura del piagnisteo
L’offensiva ideologica sul precariato e la fine della “suggestione liberale
Nessuno ha voglia, tantomeno noi, di dare lezioncine in nome del mercato. Si può essere liberisti senza illusioni, liberisti del buonsenso, liberisti provvisori, sebbene lo spazio ideologico perimetrato dagli ideologi di sinistra preveda soltanto liberisti sfrenati, sebbene sia in crisi per tanti motivi la “suggestione liberale” di cui parlava Pierluigi Battista giorni fa nel Corriere. Ma questa polemica sul precariato sociale, fondata su numeri a loro volta precari e su ragionamenti di un’impressionante esilità logica, ha tutta l’aria di una grande trappola culturale scattata in Italia e altrove in Europa, basti guardare a quel che succede in Francia, come reazione cieca ai nuovi sviluppi dell’economia e del lavoro nel mondo. I fatti sono questi e solo questi: dove c’è maggiore protezione, nel senso della stabilità contrattuale e della rigidità nelle tipologie di lavoro, c’è meno lavoro, e in particolare meno lavoro per i giovani. In America si licenzia, e lì c’è più lavoro, più crescita, meno tasse, un reddito più significativo, maggiore propensione agli investimenti e ai consumi, maggiore mobilità sociale, più eccitanti speranze di vita responsabile e libera, più ricerca, più istruzione e migliore, più innovazione. Dove il posto a vita è un miraggio per pochissimi, si vivono vite meglio ancorate al lavoro, il tasso di incremento della popolazione è maggiore, il futuro è più sicuro. Squilibri e disuguaglianze, piaghe sociali purulente non mancano anche lì, ma la capacità di accoglienza delle moltitudini e di convivenza in un paese che realizza nella libertà d’impresa la sua coesione sociale, e non la persegue nell’irregimentazione del mercato, è assolutamente incomparabile con la nostra, con quella europea. L’Economist ha dei dubbi sulla forma contrattuale assunta in Francia dalla riforma del codice del lavoro, come si possono avere dubbi su alcuni aspetti della legge Biagi (obiezioni che Prodi ha genericamente riproposto all’assemblea di Confindustria), ma la conclusione è questa: “La vera vergogna francese, e la causa più chiara delle sommosse d’autunno nelle banlieues, è la disoccupazione di massa” in un paese che al contrario della liberista e thatcheriana o blairiana Inghilterra ha un lavoratore su dieci fuori del mercato, uno su quattro escluso tra i giovani, e uno su due negli ambiti sociali più svantaggiati: “Questa è la vera insicurezza”, scrive il settimanale britannico con ragione. In Italia dopo la riforma del mercato del lavoro la disoccupazione è calata molto al di sotto della media francese (tre punti), e questo è un vantaggio evidente, che solo la cultura socialmente corretta del piagnisteo può cancellare, dovesse in aprile andare al governo.
Di te un sacerdote milanese, don Luigi Giussani, ha scritto:
"In un popolo sempre il genio illumina aspetti dell'esistenza, assicurando a tutti e a ciascuno una più matura coscienza delle evidenze e delle esigenze elementari del cuore".
Si preoccupava, don Giussani, che tu fossi più o meno laico? No. Si stupiva della tua capacità di intuire i desideri del cuore degli uomini: desiderio di verità, di tenerezza, di appartenenza.
Tu, uomo discreto, appartato, desideravi appartenere. Col Sessantotto ti sembrò di poter appartenere a una "razza", così la chiamavi, che aveva scommesso sul futuro, sicura che non avrebbe mai fatto gli errori dei padri. Ne fece invece di peggiori, e tu, implacabile, col tuo amico Sandro Luporini la incalzasti canzone dopo canzone, monologo dopo monologo, spettacolo dopo spettacolo. Le stesti alle costole con un furioso amore-odio finché ti accorgesti, ma sempre in anticipo sugli altri, che non esisteva più, che si, era consumata tutta. Fu un dolore grande, una ferita non rimarginabile, ma se ne accorsero in pochi.
Quel dolore fu scambiato a torto per irredimibile pessimismo, eppure era lui a rendere amaro il tuo sguardo sul mondo.
Ma è stato sempre accompagnato dalla speranza che da qualche parte si potesse ricominciare.
Da un uomo e una donna per esempio. Noi oggi dobbiamo ricordare, in questa casa di Dio, che tu, il laico Gaber, hai capito forse come nessun altro
che lì, in quel punto, in quel dilemma che è ogni incontro fra un uomo e una donna, si gioca qualcosa di sacro.
Che non si tratta di moralità, di psicologia, di consuetudini, ma del destino dell 'io, di questo nostro povero io.
E qui forzo ogni pudore per parlare di Giorgio e di Ombretta. Il segreto del vostro matrimonio, che si è celebrato proprio qui 37 anni fa, io non lo so. So però che in questi decenni in cui ho avuto il privilegio di vedervi da vicino ho capito cos'è un matrimonio, questa misteriosa alleanza che fra luci ed ombre sostiene, fa nascere, crea. La possibilità che il mondo vada avanti poggia su questo fragile punto, e chi l 'ha creato ha scommesso davvero tutto sulla nostra libertà. Dalia, ora lo sai anche tu.
Ma adesso con chi parleremo ancora di tutto questo?
Chi ci chiederà con passione del mondo, della vita, chi ci ruberà i nostri dubbi e le nostre certezze trasfigurandoli in spettacolo e arte?
Di questo vorremmo arrabbiarci con Dio, Dio che ci toglie un altro dei pochi (come Pierpaolo Pasolini, come Giovanni Testori)
che avevano la libertà e la spietatezza di dirci dove stiamo andando.
E in più ci toglie un maestro, una voce emozionante, ci toglie la tua capacità di farci ridere e piangere, ci toglie la bellezza di tante serate in teatro.
Ma litighiamo con Dio per noi per quello che da oggi ci ha tolto.
Non per te Giorgio, che adesso sei dentro il più umano degli abbracci, anzi di più, quello senza misura, senza condizioni.
Restiamo qui e da oggi è come se ci mancasse un braccio, una gamba, un pezzo della nostra testa e della nostra vita. Ed è un mistero che non riusciamo a capire. Però possiamo ricorrere alle tue parole, Giorgio:
"lo non so niente, ma mi sembra che ogni cosa, nell'aria e nella luce, debba essere felice".
Ciao Giorgio.
Massimo Bernardini
(discorso letto alla fine della cerimonia bell'abazzia di chiaravalle)
Qualcuno era comunista
Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. ... la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche... lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe...
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera...
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come... più di sé stesso. Era come... due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare... come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo
Un periodo privo di ispirazione, aggravato dalla totale assenza di tempo...
Ma questa sera i pensieri rimbalzano in modo strano nella mia testa, preoccupazioni, cazzate... mi sbatto al computer e sento un po di musica.
Le prime canzoni sono quelle tipiche da colonna sonora, quelle che ti fanno piacere un film del cazzo che non valeva il prezzo del biglietto. Poi mi arriva lui, di colpo, senza aspettarmelo, dalle vecchie canzoni, dai grandi classici, si passa a lui, al più grande comunicatore: Gaber. un filotto di canzoni da stendere chiunque: l'illogica allegria e canzone dell'appartenenza. le ho ascoltate dieci volte prima di andare oltre! Era quello che pensavo io, era quello che avrei voluto scrivere io, ma non ero abbastanza bravo per dirlo! D'altronde l'unica cosa che mi accomuna a gaber è la milanesità.. e poi da piccolo abitavo vicino al giambellino, dove c'era il bar del cerutti, cerutti gino!
L'illogica Allegria
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino.
A volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so
del mondo e anche del resto
lo so
che tutto va in rovina
ma di mattina
quando la gente dorme
col suo normale malumore
mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un'aria già vissuta
un paesaggio o che ne so.
E sto bene
Io sto bene come uno quando sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna.
Io sto bene
proprio ora, proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita così.
È come un'illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia.
È come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene...
Questa illogica allegria
proprio ora, proprio qui.
Da solo
lungo l'autostrada
alle prime luci del mattino
Canzone Dell'appartenenza
L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.
L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa.
Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.
L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.
Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.
un rapido test che vi permetterà di paragonare le vostre idee a quelle dei singoli partiti italiani.